USA today, America oggi (senza riferimenti al quotidiano omonimo)

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Il progresso e lo sviluppo degli USA dai primi anni del secolo scorso non hanno avuto più un andamento regolare come all’inizio, non molto tempo dopo la sua scoperta, due secoli circa. In effetti in quel grande contado che ospitava coloni inglesi in quantità limitata, bisognava realizzare di tutto. Non più in maniera episodica, come era stato fatto fino a allora ma, per quanto possibile, con un minimo di coordinamento e sistematicità. Cosi avvenne per le ferrovie, indispensabili per i collegamenti di quelle grandi distanze, soprattutto quelle dall’Atlantico al Pacifico, il mitico Far West. Da tener presente che tutte le attività erano in mano a privati, giunti nel Nuovo Mondo per la maggior parte a causa del bisogno, mentre la rimanente quota era costituita da uomini di affari, soprattutto provenienti dall’Europa. Solo per dare un’idea della entità di tale stato di fatto, basti pensare che il terreno su cui sorge Manhattan, era, insieme a altri, di proprietà di un uomo d’affari, Peter Stuyvesant, di nazionalità olandese. Per arrivare a oggi, bisogna attraversare la crisi del ’29, le varie guerre d’oltremare, a partire dall’Indocina, al Vietnam, alla crisi di Cuba e alla conquista dello spazio celeste. Si arriva così alla guerra in Afghanistan, assurda più delle altre e via elencando. L’ultimo quinquennio è stato caratterizzato da una differenziazione, in alcuni casi sciagurata, del tipo di guerra nella quale gli USA si trovarono impegnati a combattere. Ciò era potuto succedere o perché a passare alle armi erano stati loro i primi o perchè si erano schierati al fianco di alleati che erano in prima fila. Di conseguenza gli USA hanno iniziato a recuperare imposte, per maggior precisione tasse, del genere di quelle pretese dalla Corona Inglese dai suoi coloni in loco. Una di esse, quella sulla macinazione del grano, fu la scintilla che fece scoppiare la Guerra di Indipendenza.Più precisamente, quelle attuali sono forme arcaiche di prelievo fiscale per arginare l’export verso quel mercato da parte di paesi stranieri che sanno fare meglio. Sono esso i dazi, una forma di prelievo sul valore di beni e servizi che, realizzati in un paese, trovano largo consenso se posti al vaglio della domanda americana. Al momento in quel grande paese, classificato superpotenza insieme alla Russia, la fa da padrone – pericolosamente – il modo di fare del Grande Capo Trump, che fa un mix di confusione, contraddizione e improvvisazione. Esso non trova facilmente partIcolari di confronto in altre realtà geopolitiche. È di questi giorni l’ultimo pasticcio preparato dal Biondo di Washington e la sua triste brigata: la mancata approvazione del bilancio.
Per ben cinque giorni tutte le attività di quel paese sono rimaste ferme. A breve si saprà quanto è costata la bravata. Per il momento quasi il mondo intero è disturbato dai fatti appena esposti e non solo. Non è infondato il timore di chi pensa che il sogno americano, arrivato a questo punto, possa trasformarsi in un incubo. Sarà prudente fare scongiuri.