Uscire dall’euro conviene? Sì. Forse. Anzi no

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Dibattito promosso dalla Fisac Cgil del Banco di Napoli con Brancaccio, Zezza e Iodice

Uscite dall’euro? A chiederselo non sono i soliti campioni del populismo nazionale (di destra e di sinistra) che sulla guerra alla moneta unica hanno costruito parte delle loro fortune politiche, ma docenti e ricercatori universitari come Emiliano Brancaccio (Università del Sannio), Gennaro Zezza (Università di Cassino) e Guido Iodice, ricercatore di Keynesblog: protagonisti (all’ Hotel Oriente di Napoli) di un convegno promosso dalla Fisac Cgil del Banco di Napoli che ha per titolo, appunto, “Euro: rischi ed opportunità”. Il punto di partenza della discussione è la crisi delle finanze pubbliche che ha investito i Paesi del Sud d’Europa con la lunga fase recessiva attraversata del continente (e alla quale sta tentando di porre argine la potente manovra varata da Mario Draghi). Come uscire dalla palude in cui sembra essere essersi impelagata l’economia europea? E, infine, è verosimile, come ormai molti sostengono, che la migliore se non l’unica stategia per superare definitivamente la crisi in atto sia quella di uscire dall’euro? Nella sua relazione introduttiva il segretario generale della Fisac Cgil del Banco di Napoli, Tullio Giugliano si sofferma soprattutto sui devastanti effetti sociali a suo dire causati (soprattutto nel Sud, dove la disoccupazione giovanile e femminile ha raggiunto livelli record) dalle politiche recessive adottate dalle istituzioni europee. Tocca a Zezza allargare il discorso, ripercorrendo le tappe della crisi della finanza pubblica in Grecia. Il docente mette sotto accusa istitituzioni europee e Fmi, i quali, se da un lato hanno evitato il default del paese scongiurandone l’uscita dall’euro (e l’inevitabile effetto domino sulle nazioni europee più esposte), dall’altro hanno sottoposto la nazione ellenica a un piano di risanamento devastante, che ha prodotto soprattutto miseria. Secodo Zezza la contrazione della spesa e l’aumento delle tasse sono all’origine della spirale recessiva che ha falcidiato il Pil del paese aggravando lo stato delle finanze pubbliche. Il che dimostrerebbe che la cosiddetta austerità espansiva imposta dalla Ue ha fallito. Conclusione: per Zezza occorre interrompere quanto prima la spirale austerity-recessione attraverso l’immediata modifica delle regole di ingegneria finanziaria dell’Ue. Ma è davvero così? Secondo Iodice, no. Anzi. Gli effetti della disintegrazione dell’area euro sia sulle economie dei paesi che oggi utilizzano la moneta unica europea, primi fra tutti i paesi mediterranei, sia sull’economie delle restanti nazioni industrializzate, sarebbero a suo dire dirompenti. Partendo dalla constatazione che i paesi che adottano l’euro oggi rappresentano oltre il 20 per cento del Pil mondiale, Iodice ricorda che non risultaano precedenti storici di disaggregazione di unioni valutarie di dimensioni economiche analoghe a quella dell’area valutaria europea. E poi, dato l’enorme peso dell’Unione Europea sul commercio mondiale, gli effetti negativi si estenderebbeto alle economie dei partner commerciali non europei: avendo come conseguenza una rapida svalutazione delle nuove monete nazionali sia dei paesi europei che dei paesi extraeuropei con l’inevitabile contrazione degli scambi economici mondiali e del reddito a livello mondiale. Insomma: per Zezza lo shock che l’eventuale abbandono dell’euro da parte dei paesi europei potrebbe avere sull’economia globale sarebbe analogo, fatte le debite proporzioni, a quello prodotto dal fallimento della Lehman Brothers sull’economia statunitense e mondiale nel 2007. AL contrario di quel che sostiene Zezza, per Emiliano Brancaccio l’ipotesi di uscita dell’euro non comporterebbe necessariamente conseguenze catastrofiche. Anzi, A suo dire un paese che esce da un regime monetario comune ha la possibilità di contrattare da posizioni relativamente più forti le condizioni di uscita se è comunque un paese sviluppato e se i suoi conti con l’estero sono buoni. Quanto ai sostenitori di sinistra dell’euro, per Brancaccio il problema è che la Germania non ha alcuna intenzione di riformare l’Ue in senso cooperativo. E che Berlino vuole che l’Unione funzioni all’insegna della competizione tra Stati membri, il che vuol dire che non ci sono molte possibilità di uscire dall’ossimoro dell’austerità espansiva. Sicché non resta che strappare la bandiera dell’uscita dall’euro alle forze reazionarie che su questa opzione stanno costruendo preoccupanti fortune elettorali. L’economista evidenzia che la divaricazione dei redditi e dell’occupazione tra i diversi paesi europei contribuisce poi a creare differenze più profonde strutturali che riguardano i livelli di solvibilità dei loro capitali industriali e bancari. Le insolvenze annue delle imprese sono aumentate del 22 per cento in Francia, del 77 percento in Irlanda, del 120 per cento in Italia, del 185 per cento in Portogallo e del 254,2 percento in Spagna, laddove in Germania nello stesso periodo sono diminuite dell’11 percento. Si tratta di un divario eccezionale, che inevitabilmente si ripercuote sui bilanci degli istituti bancari. Non è un caso, secondo Brancaccio, che i recenti “stress test” coordinati dalla Bce abbiano evidenziato uno scarto superiore alle attese tra gli indici di robustezza patrimoniale delle banche dei diversi paesi dell’eurozona, in particolare tra istituti tedeschi e italiani. Il risultato riflette la voragine macroeconomica che si è aperta in questi anni tra i membri dell’eurozona, in particolare tra i due paesi in questione: dal 2007 al 2014 oltre 14 punti di differenza nella crescita reale dei Pil tedesco e italiano: scarti che secondo Brancaccio preannunciano nuove, imminenti crisi bancarie.