Valogno: i colori del grigio. Storia di un borgo che rinasce, come chi lo attraversa

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di Elisabetta Colangelo

Di che colore è il dolore? Rosso come il sangue, giallo che acceca, nero che inghiotte tutto il resto? Oppure grigio che offusca, confonde, eppure lascia una possibilità. Di essere riempito ancora, di tornare a vivere.
La storia di Valogno, borgo non lontano da Sessa Aurunca, nel Casertano, nasce da lì. Da un dolore che lascia senza fiato, che mangia tutti i colori, fino a che un giorno ha trovato la strada per trasformarsi, per acquistare forma, senso. Colore.
Giovanni Casale ci accoglie alla porte del borgo col suo sorriso contagioso che neanche la mascherina, che questi tempi grigi impongono, riesce a fermare. Accoglienza in sicurezza, la chiama. Ma il bello qui è proprio lasciarsi contagiare. Dal suo entusiasmo, dalla sua disperazione colorata, dalla magia di questo borgo.
Ci racconta della malattia del suo primo figlio, di come quella nuova consapevolezza avesse sconvolto le vite sue e di Dora Mesolella, sua moglie. Di come, cercando ovunque risposte a quel dolore, cure possibili, conforto, si è imbattuto in un’immagine. Quella visione gli dà pace, interrompe, per un attimo, il flusso di dolore. Pausa. E nasce l’idea. I colori del grigio è il nome, quanto mai evocativo di questo magnifico progetto. Lasciano Roma e ritornano a Valogno. Per farla rivivere. Colorarla. Riempire il vuoto di un borgo fantasma, le facciate spoglie abbandonate dal tempo e dall’incuria. E così, facciata dopo facciata, artista dopo artista, richiamando street artist di fama internazionale, il paese si popola di colori e personaggi, su tutti il “Mazzamauriello” di Alessandra Carloni che accoglie i visitatori o le opere di Salvo Caramagno che raccontano storie di vita e tradizione.
Un incontro dopo l’altro, scambiandosi sorrisi, lacrime e storie di vita anche il loro dolore è uscito dal grigio.
Valogno è di tutti. Di chi ci passa per caso, di chi ci viene apposta. Di chi è curioso, di chi è diffidente. Di chi ha un dolore da colorare, di chi ha i colori e ha voglia di condividerli. Valogno è un’esperienza collettiva e magica, un museo a cielo aperto, una seduta di psicanalisi collettiva per chi ha voglia di lasciarsi andare, di ascoltare le storie di questo luogo di cui Giovanni è l’istrionico animatore. Racconta storie, Giovanni. Della grande Storia, del borgo longobardo che fu Valogno, della Chiesa Madre, nata dall’unione delle Confraternite locali, e della piccola storia, delle sue case, della sua gente, degli anziani che sono rimasti, 89 abitanti, custodi di tanta bellezza.
Percorriamo la strada principale di Valogno, via Natali, una strada in discesa che ti induce a correre, a scoprire un’opera dopo l’altra, in uno stupore continuo. Ogni passo è una storia nuova, le storie del territorio, i briganti, la tradizione con la festa di San Michele, l’incanto, come la mamma che raccoglie le stelle. Ogni artista si esprime liberamente raccontando il suo mondo che diventa spunto per indagare il mondo di ciascuno. Poi la ripercorri al contrario, in salita, la assapori, ne cogli altri scorci, altri spunti. Ti prendi una pausa, ti lasci trasportare.
Giovanni e Dora, attraverso la loro associazione culturale si prendono cura di chi passa di qua e di questo borgo, come genitori amorevoli, pittori dell’anima che entra grigia e ne esce forse non colorata, ma con un motivo in più per provare a colorarla.
Valogno è città fantasma. Valogno è borgo d’arte. Valogno è molto di più. E’ pausa.