Venezuela, al via il piano Maduro ma per le imprese italiane il rischio resta alto

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In Venezuela il presidente Nicolas Maduro ha varato il suo ‘piano di ripresa economica’ che prevede fra l’altro l’introduzione del nuovo ‘bolivar sovrano’ ma la tensione resta alta e nelle previsioni delle imprese italiane esposte sul Paese, una ventina secondo la Farnesina, il rischio resta alto. Per il Cane a Sei Zampe la situazione è migliorata negli ultimi sei mesi con “buoni segnali” aveva detto l’ad Claudio Descalzi in occasione della presentazione dei conti semestrali. “Abbiamo avuto dei soldi indietro, ci stanno pagando per il gas che stiamo producendo”, ha spiegato Descalzi.
Eni è presente nel paese dal 1998 e da tempo la situazione è monitorata. Nel 2017 la produzione in quota Eni è stata di 61 mila boe/giorno, concentrata nell’offshore del Golfo del Venezuela e Golfo di Paria e nell’onshore dell’Orinoco con un investimento di “circa 1,5 miliardi a cui si aggiungono crediti commerciali scaduti verso Pdvsa per le forniture di gas del giacimento Perla pari a circa 500 milioni” si legge nella relazione di bilancio 2017. Per determinare il valore recuperabile di tali attività il management ha riclassificato le riserve certe non sviluppate di Perla alla categoria “unproved” (315 milioni di boe) e sono state svalutate le attività per complessivi 758 milioni.
Saipem ha 18 macchine perforatrici (rig) per l’esplorazione nel sottosuolo che sono ferme, continuato a farne la manutenzione periodica per poter essere pronti a ripartire nel momento in cui si riaprissero le gare ma sembra più concreta la possibilità di spostarle in Argentina nel caso si aggiudicasse qualche commessa in quel paese. Pirelli alla fine del 2017 aveva svalutato la partecipazione nella controllata venezuelana per 7,6 milioni di euro portando il suo valore a 2,6 milioni di euro e nel primo semestre 2018 l’ha fatto ulteriormente scendere a 1,5 milioni di euro. Parmalat sconta l’effetto Venezuela nei suoi bilanci dal 2014 ma a giugno sottolinea di aver registrato un “minor contributo negativo del Venezuela” pur restando cauta sulle previsioni per l’intero anno. Nel bilancio 2017 la situazione era ancora indicata come “critica” con “tutti gli indicatori macroeconomici che continuano ad essere decisamente negativi”.
Il fatturato netto ed il margine operativo lordo, in valuta locale ed escludendo l’effetto della contabilizzazione dell’iperinflazione, erano comunque risultati in forte aumento rispetto al 2016 a seguito dell’adeguamento dei listini prezzi all’elevato livello di inflazione e il consolidamento ha comportato a cambi correnti ed incluso iperinflazione, un impatto negativo sul fatturato del gruppo (6,6 miliardi) pari a 20,2 milioni di euro e un impatto positivo sul margine operativo lordo pari a 10,5 milioni di euro.
Astaldi invece dal 2015 ha fermato le attività operative. A fine 2017 l’esposizione complessiva del gruppo era pari a 433 milioni (valore nominale). Con una valutazione prudenziale ora stima la sua esposizione complessiva, in circa 203 milioni, rilevando, pertanto, una svalutazione di circa 230 milioni. Salini Impregilo, opera in Venezuela da oltre un trentennio, ha due commesse su due tratte ferroviarie e per la realizzazione della Diga di Tocoma ma l’attività dal 2016 è come ‘congelata’, tra ritardi di pagamento, sospensioni in via provvisoria e riprogrammazione dei lavori. Nel 2017 ha svalutato gli asset per complessivi 314 milioni (pari a circa il 50% del totale), con un carico sul bilancio di 292 milioni. Nel corso dei primi sei mesi del 2018 “la situazione del paese si è mantenuta sostanzialmente stabile senza che si siano manifestati segni di miglioramento, rispetto agli ultimi mesi del 2017” si legge nella relazione finanziaria. L’esposizione netta a fine giugno è di 318 milioni.