Bruno Vespa, 60 anni alla Rai, si racconta: I miei incontri con Agnelli e l’infatuazione per Saddam

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in foto Bruno Vespa

Bruno Vespa si racconta in una lunga intervista al ‘Corriere della Sera’ nella quale fa il punto sui suoi sessant’anni in Rai iniziati il primo settembre 1962. “Avevo 18 anni: il primo lavoro, durato sei anni, fu trasmettere due volte al giorno alla sede di Pescara le notizie da L’Aquila, dove c’era anche una grande società dei concerti. Allora, con un vecchio Nagra a manovella, registravo anche interviste per la radio nazionale con Arthur Rubinstein, Arturo Benedetti Michelangeli, Svijatoslav Richter, il giovane e promettente Maurizio Pollini… – ricorda il giornalista che è anche un grande appassionato di musica – Ho fatto l’abusivo finché, nel 1968, ci fu il concorso, lo vinsi e, nel ’69, entrai al Tg”. Il sacro fuoco per il giornalismo, però, arrivò qualche anno prima, quando Vespa aveva 15 anni e si trovava al Circolo del Tennis dell’Aquila: “Un pregevole latinista mi propose di collaborare a un giornale dialettale. Non sapevo scrivere in aquilano e composi noiosissimi articoli sui concittadini che avevano dato i nomi alle strade”. Vespa racconta anche alcuni momenti topici della carriera, come quello in cui si trovava a Palermo il 12 dicembre 1969 “per la strage mafiosa di Viale Lazio, quando dal Tg mi dissero: torna, hanno messo una bomba a Milano a Piazza Fontana. Da lì, annunciai l’arresto di Pietro Valpreda definendolo ‘il colpevole’, cosa che giustamente mi è stata rinfacciata per decenni. Però, se lei sui giornali dell’epoca trova un ‘presunto’, le mando un fascio di rose”, dice rivolgendosi all’intervistatrice. Il ricordo del giornalista va poi al rapimento di Aldo Moro, del quale annunciò sia il sequestro che il ritrovamento del corpo. “Non ci volevo credere: era impensabile che qualcuno avesse fatto violenza a quell’uomo intangibile e l’avesse ucciso. Rimasi in onda dalle 9,30 del mattino alle due di notte. Anche il Pci ci riconobbe il merito di aver tenuto insieme l’Italia. Ugo La Malfa e Giorgio Almirante volevano la pena di morte per i terroristi, ma demmo la sensazione che il Paese tenesse e invece, purtroppo, al vertice, non teneva affatto”. Vespa racconta anche un momento, durante gli anni di piombo, in cui ha temuto per la sua incolumità: “Non l’ho mai raccontato, ma ci fu un episodio negli anni ’80… Tornavo a casa, pioveva e lasciai l’auto al portiere per portarla in garage. Molto tempo dopo, lui mi confessò d’aver visto due uomini armati, uno aveva detto: non è lui. Il padreterno mi ha messo una mano sulla spalla”.
Fra i suoi incontri memorabili c’è stato “Gianni Agnelli, incontrato una volta all’anno per vent’ anni. Telefonavo: verrei a Torino il tal giorno, se è libero. Andavo e mi faceva mille domande: politica, giustizia, terrorismo, Mani Pulite…”. E fra le interviste, ricorda quella a Saddam Hussein durante la prima guerra del Golfo: “Il governo non voleva che la facessi e tentò di non mandarla in onda. Fu un’intervista molto dura, eravamo due Paesi virtualmente in guerra e io subii il grandissimo fascino di Saddam”. Nella carrellata lungo la memoria professionale di Vespa non può mancare la telefonata in diretta di Papa Wojtyla a ‘Porta a Porta’ nel 1998. “Non se l’aspettava neanche Navarro Valls che era in studio con me”. Mentre Wojtyla parlava al telefono, Vespa era commosso: “È il mio papa. Nel mio studio, alle mie spalle, ho il suo ritratto. A Cracovia, gli avevo detto: non sarebbe ora di avere un papa polacco? Undici mesi dopo ne annunciavo l’elezione…”. Il celebre programma di Vespa fu ribattezzato da Giulio Andreotti la Terza Camera del Parlamento. “Diceva: se dico una cosa in Senato, non la sa nessuno, se la dico da te, la sanno tutti”. Sul figlio Federico, anche lui giornalista, “mi spiace che per lui ci sia un tetto di cristallo – dice – Temo sia vero ciò che ha scritto Maurizio Costanzo: usando uno pseudonimo, lavorerebbe di più. Eppure, in Rai, i ‘figli di’ non mancano”. E sul fatto che proprio Federico abbia raccontato che la sera, davanti alla tv, gli fa i grattini sulla pelata, Vespa chiosa: “Nessuno sa che sono romanticissimo, affettuoso e, che, ci mancherebbe altro, anch’io ho bisogno di affetto”.