Il vice premier Di Maio accusa le banche e il ministro Savona finisce indagato

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In foto Luigi di Maio
L’Europa politicamente unita non piace a Trump. Il presidente americano non ne fa mistero. Nella visione politica e, dunque, negli equilibri geopolitici del mondo globalizzato immaginati dal tycoon divenuto inquilino della Casa Bianca non c’è spazio per l’Ue. Al più, solo per le singole nazioni amiche. A cominciare dall’Inghilterra, di cui ha apprezzato non a caso la Brexit. Ma non solo. Donald Trump, infatti, ha inviso la Germania guidata da Angela Merkel e di volta in volta blandisce, per lo stesso motivo,  ora la Francia di Macron, ora l’Italia di Conte: per destabilizzare, appunto, o comunque rallentare il processo di federalizzazione del Vecchio Continente. Insomma, la gestione, o meglio, la mancata armonizzazione delle politiche migratorie da parte dei 27 paesi comunitari non è imputabile – è questo il sospetto – soltanto ad empiti di razzismo e o nazionalismi. C’è dell’altro.
Certo, l’allargamento dei confini orientali con l’adesione delle comunità fino ad allora orbitanti nella sfera di influenza sovietica è stata consentita e addirittura sostenuta anche e soprattutto dagli Usa, ma al solo scopo di tenere a bada Putin e qualsivoglia rigurgito di ideale riconducibile alla Grande Madre Russia. Ora, dunque, lo spartito deve cambiare. La guerra dei dazi, prima, ed il disappunto poi manifestato al numero uno della Fed, Jerome Powell, cui ha fatto sapere di essere “non contento” del rialzo dei tassi in corso, muovono tutti nella stessa direzione. “Mettono gli Stati Uniti in una posizione di svantaggio” ha detto il presidente americano in un’intervista alla Cnbc.
D’accordo, la Casa Bianca si è affrettata a precisare che Donald Trump rispetta l’indipendenza della Federal Reserve, ma la dichiarazione ha tutta l’aria di essere di circostanza: formale non certo sostanziale, considerato il personaggio. Il quale – giusto per ricordare – ha anche tuonato contro Bruxelles dopo la sanzione da oltre 4 miliardi decisa nei confronti di Google (“per aver abusato della posizione dominante del sistema operativo Android” imposto dall’azienda di Mountain View”). “Hanno davvero approfittato di noi, ma non durerà a lungo”, ha aggiunto, minaccioso, il presidente degli Stati Uniti. Al quale, immagino, non sarà andato a genio nemmeno la notizia della firma in calce al trattato di libero scambio sottoscritto tra l’Unione Europea e il Giappone, giusto per rimanere in tema. Né avrà apprezzato, Donald Trump, le parole pronunciate nel corso della conferenza stampa congiunta, non dico dal premier cinese Li Keqiang, ma dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk sicuramente, per cui “è comune dovere di Ue, Cina, Usa e Russia non iniziare guerre commerciali”.
Ciò detto, però, almeno per ora il rischio – si fa per dire – di parlare come unico soggetto politico per il Vecchio Continente davvero si corre. Così, solo per notare, al presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, che con una lettera ufficiale invoca una cooperazione regionale sugli sbarchi, il barcollante – etilicamente parlando – presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, non a caso ha risposto: gli avvenimenti di questo fine settimana “hanno dimostrato un senso condiviso di solidarietà da parte degli Stati membri (Francia, Germania, Malta, Spagna, Portogallo e Irlanda) che si sono offerti di accogliere una parte dei migranti sbarcati a Pozzallo, ma queste soluzioni ad hoc non rappresentano un modo di procedere sostenibile”.
Insomma, ognuno per sé e Dio per tutti. E piena soddisfazione, evidentemente, del presidente americano.
Ad ogni modo, per non perdere di vista le vicende domestiche, la settimana che si sta concludendo ha mostrato anche le prime crepe nella coalizione di governo. Sullo sfondo c’è la situazione economica generale del Paese che preoccupa non poco (il Fmi ha confermato il rallentamento del Pil a 1,2%) e impedisce, probabilmente, oggettivamente di mettere subito mano ai temi di punta  della campagna elettorale di M5S e Lega. In primis, reddito di cittadinanza e fisco (per la Cgia di Mestre, intanto, è salita la pressione sulle imprese: 1 milione 595 mila i controlli nel 2017, ispezioni raddoppiate) con le conseguenti resistenze del ministro dell’Economia Giovanni Tria. Ma non solo. Sul decreto dignità del ministro Luigi Di Maio, che intanto litiga con Confindustria, e sulle pensioni si è registrata inoltre l’ennesima, inusuale e piccata presa di posizione del presidente dell’Inps Tito Boeri.
Infine, un’altra singolare coincidenza. Mentre Di Maio a Reggio Calabria punta il dito: “Il sistema bancario la deve pagare perché  ha avuto un atteggiamento arrogante infischiandosene dei risparmiatori e dello Stato ed è stato protetto da ambienti politici sia in questa regione che a livello nazionale”, il ministro Paolo Savona  è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Campobasso per usura bancaria. I fatti risalgono ai tempi in cui era al vertice della Banca di Roma poi diventata Unicredit. Con lui sono indagati, perciò, anche Alessandro Profumo e Fabio Gallo.
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