Vietati a Roma i vessilli del Partito Curdo dei Lavoratori

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In foto Christodoulos Lazariz

Dopo un’ora di contrattazioni, il corteo parte, come riferisce Chiara Criciati sul Manifesto. Centinaia di persone, riunite sotto lo slogan «Contro la guerra e l’invasione del Kurdistan», lasciano la romana piazza della Repubblica con le bandiere con cui erano arrivate. Tra cui quelle del Pkk, per la Questura non sventolabili. Ecco il motivo dell’attesa: la polizia vuole vietare i vessilli del Partito curdo dei Lavoratori, una novità. Comprensibile alla luce di quanto successo venerdì: il ministero degli Esteri turco ha convocato l’ambasciatore greco Christodoulos Lazariz  per  protestare contro ciò che ritiene occulto sostegno al terrorismo. Atene, dice Ankara, garantirebbe al «fuorilegge» Pkk di svolgere le proprie attività («propaganda, reclutamento e finanziamento»), prova ne sarebbe il recente sit-in all’ambasciata turca nella capitale greca con tanto di bandiere del movimento.

«Con il veto posto da Erdogan all’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia, i membri dell’Alleanza hanno paura di reazioni simili – ci spiega Yilmaz Orkan, responsabile di Uiki-Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia – Per questo hanno paura di una bandiera. Ma questa è la bandiera di un popolo. Oggi lo è di un partito, ma c’era ben prima del Pkk e ci sarà anche dopo. La cosa strana è che la Questura ci ha detto di non mostrarle in Piazza della Repubblica, altrove non c’erano divieti». Il clima del corteo – indetto da Uiki, Rete Kurdistan, Comunità curda e Comitato Libertà per Ocalan – non ne risente: i vessilli sventolano, gli striscioni avanzano, i tamburi dettano la marcia. Tante persone, Cobas, Cub e Unicobas, Rifondazione comunista e Sinistra italiana, centri sociali e associazioni. Intanto al di là del mare la nuova operazione turca nella Siria del nord-est si concretizza: l’offensiva è vicina, dopo il ritiro delle forze russe da Tal Rifaat e Manbij. «Già ieri hanno attaccato Manbij – continua Orkan – Poi verranno Tal Rifaat, Sebha, e infine Kobane, a meno che la coalizione anti-Isis e il governo siriano non si oppongano. Entro il 2023 Erdogan vuole cambiare la geografia della regione, allargarsi fino all’Iraq. Un’occupazione unica da Aleppo a Mosul». «Una minaccia già agita – dice Eddi Marcucci, combattente delle unità femminili del Rojava, Ypj – Dall’invasione del 2019, la Turchia porta avanti una guerra a bassa intensità. È un gioco di micro-equilibri: la posizione in cui è stato messo Erdogan, di mediatore tra Russia e Ucraina, fa sì che acquisisca forza nei confronti sia della Nato che di Mosca. E si vedono i risultati».