Vince Tempera: La mia vita in musica

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in foto Vince Tempera

di Maridì Vicedomini

Il maestro Vince Tempera, arrangiatore e compositore, più volte direttore d’orchestra al Festival di Sanremo, sarà insignito con il Premio Speciale “Cinema e Musica” in occasione della X Edizione del Gala del Cinema e della Fiction. La manifestazione ideata e prodotta da Valeria Della Rocca della Solaria Service con la direzione artistica di Marco Spagnoli si terrà tra Napoli e Castellammare di Stabia dall’8 al 13 ottobre ed ha come mission la valorizzazione delle risorse artistiche e paesaggistiche del nostro territorio attraverso l’audiovisivo, oltre ad assegnare Premi Speciali all’Eccellenze del mondo dello spettacolo.

Maestro Tempera crede in uno stretto legame tra il cinema e la musica?
“Assolutamente sì; pensi alla musica di Casablanca ed a quella del Dottor Zivago; basta ascoltarle e la mente vola subito agli omonimi film”.

Lei è molto apprezzato come autore di colonne sonore di film.
“Molti anni fa ho intrapreso questa strada con Franco Bixio e Fabio Filzi; abbiamo collaborato insieme per diverso tempo, componendo colonne sonore per film come ‘Fantozzi’ e ‘Febbre di cavallo’, fino a quando non è arrivato Hollywood con Quentin Tarantino”.

Ci racconti com’è andata.
“E’ avvenuto tutto per pura causalità; a quell’epoca Sofia Coppola era fidanzata con Tarantino. Una mattina mentre la giovane rampolla del mito Coppola vagava per il mercatino di New York in cerca di un regalo per il compleanno del suo amato, trovò un mio vecchio disco 45 giri che era la colonna sonora di “Sette note in nero”, e se ne innamorò a tal punto da acquistarlo come cadeau per il suo Quentin, il quale egualmente colpito, lo scelse come tema musicale del suo film “Bill Kid”, nella fattispecie nella scena in cui la protagonista Una Thurman viene massacrata in ospedale”.

Ha vinto anche un disco d’oro per la sigla di “Ufo Robot”.
“Anche in quel caso si è trattato di puro destino; Io e Albertelli eravamo negli studi della Fonit Cetra in attesa dell’arrivo di un cantautore; poiché il nostro interlocutore tardava di oltre due ore, il direttore della Casa discografica ci disse di prendere un taxi e di fare un salto in Corso Sempione per visionare un cartoon giapponese che sarebbe andato il giorno dopo in onda su Rai 2 a cui mancava la sigla. Il prodotto era girato in lingua giapponese e l’unica cosa che io ed Albertelli riuscimmo a capire anche dalla relativa brochure era che il tema verteva sulla lotta atavica tra il bene ed il male; fu così che ci venne in mente la sigla di Rocky a quell’epoca molto famoso, che cominciava con un suono di trombe e da ciò traemmo l’ispirazione”.

Lei è stato più volte direttore d’orchestra di Sanremo; com’è cambiato il festival negli anni?
“Ho frequentato professionalmente Sanremo da metà degli anni “60; rimpiango l’epoca in cui la kermesse si svolgeva al teatro del Casinò dove l’orchestra era collocata sotto il palco a ridosso della prima fila del pubblico che aveva la possibilità di vivere in diretta grandi emozioni. Oggi invece il Festival di Sanremo è prevalentemente uno spettacolo televisivo, dopo appena 10 giorni dalla sua conclusione, la gente ha già dimenticato le canzoni e tutto ciò è molto triste se pensiamo che ai tempi addietro icone della musica mondiale come Frank Sinatra interpretavano canzoni italiane. E ’indubbio che, per un lungo periodo, anche noi come gli inglesi abbiamo avuto il privilegio di esportare la nostra musica all’estero”

Tempera lei è molto vicino al circuito “Grandi Festival Italiani”, nell’intento di sostenere i giovani talenti.
“Sì, lo considero un pozzo dove poter attingere future eccellenze della musica; sono molto vicino ai giovani che vogliono intraprendere questo percorso artistico, cerco di instradarli, impartendo loro preziosi consigli”.

Quali?
“Puntualmente ripeto che per poter sfondare in questo campo, non basta solo saper interpretare una canzone, ma occorre possedere un certo carisma ed avere un pizzico di fortuna; a tutti i ragazzi consiglio di prendere a volo il treno che passa al di là di qualunque ragionamento, captando ogni occasione che potrebbe costituire una svolta decisiva per il proprio destino”.

E’ noto anche il suo legame consolidato con il cantautore Guccini.
“Sì, con Francesco ci siamo incontrati nel lontano 1967, quando io dovevo arrangiare una canzone dei Nomadi che aveva scritto lui; tra noi è nata da subito un’amicizia, al di là di qualunque discorso professionale basata sul rispetto e la stima reciproci”.

Il 13 ottobre riceverà un prestigioso riconoscimento alla X edizione del Gala del Cinema e della Fiction; ci parli del suo rapporto con la Campania.
“E’ un legame che risale ad oltre 40 anni fa; per la cronaca, sono stato il direttore artistico per più di cinque anni di Sergio Bruni e negli anni “90 con il mio amico Giorgio Verdelli abbiamo prodotto un progetto di traduzione dei testi dei Beatles in dialetto napoletano affidando poi la relativa interpretazione ad artisti ovviamente partenopei. Ed ancora, è opportuno citare il brano ‘Tu che nu chiagne’ e la collaborazione artistica con Peppino Gagliardi”.

Perché si sente artisticamente così vicino ai campani?
“E un popolo che ha una musicalità fuori dal comune che evidenzia dallo stesso timbro di voce; non appena intonano una canzone, essi hanno la capacità di trasmettere emozioni, gioie e tristezze. Probabilmente tutto ciò dipende anche dallo stupendo contesto paesaggistico in cui vivono e dalla dieta mediterranea che praticano”.

Ha mai incontrato Pino Daniele?
“Tante volte ma non è mai nato tra noi alcun sodalizio professionale; siamo entrambi troppo protagonisti ed a me è sempre piaciuto lavorare alla pari, mai come subalterno”.

Ci sveli i segreti per avere successo nel mondo della musica.
“Bisogna studiare seriamente al di là di qualunque discorso di improvvisazione, essere determinati, concreti, intraprendenti e coraggiosi e soprattutto umili senza farsi prendere da successi e fama improvvisi che spesso possono costituire solo meteore”.