Vino, rapporto di Mediobanca: Crea più valore di cibo ma il capitale è fermo

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L’industria del vino italiano, oggi, ha una redditività superiore a quella del settore alimentare (8,7 contro 8,2). È quanto emerge da un rapporto Mediobanca, che sottolinea comunque come la redditività dei due settori sia ancora distante, con il cibo che resta ancora più vantaggioso del vino. “Il settore ricava valore aggiunto – ha sottolineato il responsabile Area Studi Mediobanca, Gabriele Barbaresco, all’assemblea annuale di Federvini – dalle vendite, grazie alla capacità di fare leva sul valore iconico dei prodotti vitivinicoli italiani, di creare desiderabilità grazie a brand familiari e storia di territorio. Tuttavia, la struttura capitale delle aziende del vino è più pesante per colpa dei costi di struttura e un capitale investito ragguardevoli. Il rapporto tra valore generato in azienda e il capitale necessario per generarlo resta penalizzante rispetto al food (18,5% contro 22,5%). In particolare, pesa il magazzino che – per Barbaresco – andrebbe finanziarizzato. Banche e imprenditori devono trovare strumenti per rendere il magazzino e la cantina dove vengono affinati i vini un capitale circolante. Da un lato – ha osservato – è possibile ipotizzare di scorporare la proprietà dei terreni dalla parte industriale e commerciale creando imprese no factory; dall’altro ‘alleggerire’ il magazzino, considerandolo non come idrovora di liquidità ma come asset strategico soprattutto nella fase di lavorazione (invecchiamento)”.
“Non si tratta di trascurare il core business legato alla produzione per concentrarsi solo sui servizi di supporto” ha detto il presidente della Federazione Italiana Industriali Produttori, Esportatori ed Importatori, il veneto Sandro Boscaini “ma è certo che oggi il vino deve essere gestito diversamente dagli altri prodotti agricoli: trovare quindi un equilibrio tra le diverse fasi del ciclo di vita del prodotto/azienda è prioritariò’. Sul valore aggiunto Piero Mastroberardino, Presidente Gruppo Vini di Federvini, ha sottolineato in occasione dell’assemblea annulae come la filiera italiana sia fondamentalmente anomala: “Il valore immateriale è garantito dall’unione tra brand famigliare e brand territoriale, che, però, sono di per sé elementi materiali: la differenza per il consumatore viene fatta sempre di più dall’imprenditore, dalla sua esperienza e dall’heritage. Ma se ci si vuole sviluppare è necessario crescere dimensionalmente; e per fare questo bisogna ricorrere al capitale di terzi. La scommessa – ha concluso l’imprenditore campano – è mantenere l’equilibrio, evitando che proprio il capitale proveniente dall’esterno disperda il valore del marchio”.