Visita all’atelier di Paolo Ristonchi, tra i fondatori dell’Arco di Rab, una delle prime gallerie d’arte no profit a Roma

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in foto un'opera di Paolo Ristonchi

di Maria Carla Tartarone Realfonzo

Grazie alla ospitale cortesia di Donatella Landi ho potuto visitare l’atelier di Paolo Ristonchi che ha mostrato al piccolo gruppo di visitatori le molte opere ivi sistemate. Conversando è aumentata in me la curiosità intorno alla sua ricerca: famoso professore dell’Accademia di Firenze, fu anche Maestro, all’Accademia di Roma, della sua giovane moglie, di origine napoletana, che frequentava quegli studi, a cui trasferì la passione per la ricerca nell’ambito artistico, che ella accolse con molto interesse, diventando un’artista nota, oltre che un’insegnante all’Accademia romana, anche a Berlino dove si recarono e dove aprirono uno Studio che ella con i suoi continui viaggi mantiene attivo, per quanto l’Accademia la tenga impegnata. Ultimo suo lavoro è stato proprio un film sui luoghi di Napoli, creato intrattenendosi a Napoli con alcuni suoi studenti.
Paolo Ristonchi, nato a Firenze nel 1939, dove inizia pure gli studi all’Accademia di Belle Arti, li termina a Roma nel 1967 dove fonda con colleghi la Galleria “L’Arco di Rab”, uno dei primi spazi dell’Arte Contemporanea, no profit, di Roma, in cui vennero inaugurate diverse mostre. Considerata la sua propensione alla diffusione dell’Arte ed all’insegnamento diviene presto professore all’Accademia romana iniziando a diffondersi le sue mostre in Italia ed in Europa. Le sue ricerche non ebbero confini, tra la pittura e la scultura protrasse i suoi studi e le sue opere si realizzavano affrontando i diversi materiali, da cui veniva affascinato, che alimentavano le sue incertezze. L’incertezza, secondo quanto scrive di lui il critico Bruno Corà, è alla base delle sue creazioni, si individua ovunque anche nei colori, che vengono sperimentati per rendere concreto il suo pensiero, la sua fantasia che continua ad evolversi. Delle prime mostre l’Artista non mi ha parlato, ma dai Cataloghi come quello che illustra la mostra “Malìe” , curata dal critico Mauro Panzera, del 2001, a Bologna, ho potuto trarre notizie anche delle prime mostre esposte più volte a Roma, a Spoleto (al Museo Comunale), a Prato, a Livorno (1984), a Bologna, per essere poi esposte a Lione e a Parigi (1992), a Salisburgo (1996 e nel 2014), a Berlino nel 2017, a Monaco e a Berlino nel 2019. In questi ultimi anni, senza dimenticare le grandi tele, o le classiche sculture, che conserva nel suo studio, l’artista ha cominciato a realizzare i suoi pensieri, pur sempre dominati dall’incertezza, nel plexiglas, preso dal materiale capace di assorbire i più fantastici ed eterei colori, malleabile pur nella realizzazione di forme geometriche, come l’opera ”Xilofono” del 2002, in tecnica mista di plexiglas e metallo di ben cm.118x90x37, e “Costellation”, in tecnica mista su plexiglas realizzata in dimensioni varie, nel 2005. Ancora nel 2005 crea “Urban Landscape”, in tecnica mista su plexiglas e ferro di cm. 104x48x13. L’artista sempre più dedito alla ricerca di trasformare la materia in luce e colore, riesce ad esprimere le sue tensioni creatrici nel solo plexiglas, unito al colore più raffinato in opere luminose, astratte e geometriche insieme. Le ultime opere, dal 2019, vengono così realizzate in solo plexiglas in cui l’artista riesce a introdurre i fantastici sfumati colori che finalmente lo soddisfano.