Viviamo più a lungo, conviviamo con più malattie: come sta cambiando la salute

Riproponiamo il testo di Andrea De Tommasi, Redazione del sito AsviS – Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile. pubblicato il 6 febbraio 2026. Tumori in calo, infarti meno letali, demenze in crescita per l’invecchiamento. Pesano le disuguaglianze sanitarie. Dalla diagnosi precoce dell’Alzheimer alle strategie anticancro, ecco le nuove frontiere della ricerca.

 

Qualche mese fa l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha aggiornato i numeri sullo stato della salute globale. Quasi un miliardo e mezzo di persone in più vive in condizioni migliori rispetto al decennio precedente. L’aspettativa di vita è aumentata, il consumo di tabacco è diminuito, la qualità dell’area è migliorata in molte aree del pianeta. Nei Paesi ad alto reddito la salute è migliorata: si muore meno di malattie acute e si vive più a lungo. Mentre in quelli meno sviluppati pesano le fragilità dei servizi sanitari essenziali e della protezione dalle emergenze. Ma quali sono, nello specifico, le patologie con cui dobbiamo fare i conti oggi? E cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi decenni?

Secondo stime recenti le malattie cardiovascolari restano a livello globale la prima causa di morte (circa il 32% di tutti i decessi), seguite dai tumori e da un insieme sempre più ampio di patologie croniche. Ma un dato importante da considerare riguarda la trasformazione del carico sanitario complessivo.

Le analisi del Global burden of disease, il principale programma internazionale che misura in modo comparabile mortalità e disabilità in oltre 200 Paesi, mostrano che quasi la metà del “burden disease” (il “carico” delle malattie sul sistema economico e sociale) a livello globale è legato a lunghi anni di disabilità, piuttosto che alla mortalità precoce. Insufficienze cardiache, tumori, diabete, malattie respiratorie e disturbi neurodegenerativi producono un numero crescente di persone che convivono per anni, spesso per decenni, con una o più patologie.

Anche in Italia il cambiamento è già evidente. I dati Istat indicano che oltre il 55% dei decessi è concentrato tra malattie circolatorie e tumori, mentre aumentano progressivamente le condizioni legate all’età avanzata, come le demenze e le patologie croniche multiple. È il segnale di una società che vive più a lungo, ma deve fare i conti con fragilità e cronicità sempre più diffuse.

 

La sfida contro il cancro

Un driver centrale di questa trasformazione è il cancro. Anche se molti fattori di rischio tradizionali (fumo, cattiva alimentazione, alcol) sono oggi tenuti più sotto controllo rispetto al passato, il numero di nuovi casi tende a crescere. Il motivo principale è soprattutto demografico: più persone raggiungono l’età avanzata, più aumenta la probabilità di sviluppare una malattia oncologica.

Secondo Globocan, il database oncologico dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Oms, nel 2022 si sono registrati circa 20 milioni di nuovi casi di cancro nel mondo. I dati, pubblicati nell’aggiornamento di luglio 2025, mostrano una crescita trainata soprattutto dall’invecchiamento della popolazione, più che da un peggioramento dei comportamenti individuali.

Nei Paesi ad alto reddito, però, l’aumento dei casi non coincide con un analogo incremento della mortalità. Lo studio Eurocare-6 rileva che nel 2020 in Europa erano circa 23,7 milioni le persone vive dopo una diagnosi oncologica, pari a circa il 5% della popolazione europea. Di queste, oltre 14,8 milioni avevano superato i cinque anni dalla diagnosi e circa 9,1 milioni i dieci anni, una quota in crescita rispetto al decennio precedente.

Questi “lungo-sopravviventi” pongono ovviamente nuove sfide ai sistemi sanitari. Convivono per anni con terapie, controlli e conseguenze a lungo termine della malattia, fattori che influenzano la qualità della vita e i bisogni di cura. Per questo gli oncologi parlano sempre più di cure integrate, che includono il follow-up, la riabilitazione e la gestione delle comorbilità (la presenza simultanea di due o più malattie), proprio perché la diagnosi senza l’inizio di una nuova fase di vita.

Allo stesso tempo si sta rafforzando anche l’impegno sulla prevenzione. Un articolo dell’Economist segnala come alcuni gruppi di ricerca stiano spostando l’attenzione non solo sulle mutazioni genetica, ma sulla capacità dei tessuti sani di frenare lo sviluppo dei tumori, rafforzando le difese naturali dell’organismo contro la trasformazione delle cellule danneggiate.

Ad oggi il quadro resta però segnato da forti disuguaglianze. L’accesso a farmaci innovativi, diagnosi precoci e programmi di prevenzione è fortemente sbilanciato verso i Paesi più ricchi, mentre in vaste aree del mondo i tumori vengono spesso diagnosticati in fase avanzata e curati poco, con sopravvivenze molto più basse rispetto alle nazioni avanzate.