Vulcani, il filo rosso Tokyo-Napoli

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A cura di Alfonso Vitiello Una delle eccellenze campane riconosciute nel mondo e in particolare in Giappone è l’Osservatorio vesuviano voluto dal re delle due Sicilie Ferdinando II di Borbone. Situato alle A cura di Alfonso Vitiello Una delle eccellenze campane riconosciute nel mondo e in particolare in Giappone è l’Osservatorio vesuviano voluto dal re delle due Sicilie Ferdinando II di Borbone. Situato alle pendici del Vesuvio, quello vesuviano è il più antico osservatorio vulcanologico del mondo essendo stato inaugurato nel 1845 durante il VII congresso degli scienziati italiani, tenutosi a Napoli. Il suo primo direttore fu il fisico parmense Macedonio Melloni al quale successe Luigi Palmieri Napoletani, inventore del sismografo a lui intitolato. L’allora governo giapponese chiese a Palmieri di riprodurre il sismografo per poterlo utilizzare in Giappone. Il successo fu tale che, dopo di allora, Tokyo commissionò altri due apparecchi per monitorare i numerosi vulcani presenti su tutto il territorio del Sol Levante. Entrato in funzione in Giappone nel 1875 quello di Palmieri Napoletani fu il primo sismografo elettromagnetico operante nel mondo. Era stato il professore Robert Mallet araccomandare il sismografo made in Napoli al Giappone. Qualche anno prima si era svolta una missione di scienziati nipponici, guidata dal ministro degli Esteri Iwakura Tomomi, a Napoli ed Pompei. Un altro ministro giapponese, Okubo Toshimichi, colpito dal livello avanzato della vulcanologia in Campania, decise di promuovere stazioni di osservazione simili a quelle partenopee. Toshimichi mostrò, soprattutto, grande interesse per lo strumento creato da Luigi Palmieri e a Faicchio, città natale di quest’ulimo, ancora si conserva una òettera im cui il ministro ringrazia lo scienziato napoletano complimentandosi per l’alto grado di precisione e per la qualità dello strumento che sarà prezioso per prevenite i terremoti e salvare numerose vite umane. Ancora oggi sono numerosi gli scambi scientifici tra la scuola vulcanologica napoletana e quella giapponese. Ricordo, in particolare, i racconti di un mio zio, il professor Giuseppe Imbò, geofisico e vulcanologo napoletano scomparso nel 1980, docente di fisica terrestre nell’Università di Napoli e direttore dell’Osservatorio Vesuviano (essendo succeduto nel 1935 ad Alessandro Malandra). Ricordo con commozione i racconti di mio zio Giuseppe. Rievocando gli anni drammatici della seconda guerra mondiale andava fiero del fatto che mai egli sospese la sua attività di ricerca sul Vesuvio. Con grande professionalità Imbò portò avanti una vasta attività scientifica nelle varie branche delle scienze di geofisica e acquistò fama soprattutto per i suoi numerosi studi di vulcanologia e sismologia continuando l’opera intrapresa da Palmieri e continuando ad avere rapporti con gli istituti giapponesi.