Zanetti: La rivoluzione? Via i vecchi burocrati

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In uno Stato che spende (e spreca) oltre 800 miliardi di euro ogni anno, tassa ed intermedia oltre il 50 per cento del reddito prodotto, il cui debito ha superato il tetto del 130 per cento del Pil nazionale, non possiamo non cogliere l’occasione di confrontarci con Enrico Zanetti, neo sottosegretario al ministero dell’Economia, partendo dai numeri, per capire le azioni di riforma che vorrà sostenere. “Semplificare il fisco italiano e snellire la burocrazia”: quelli di Renzi sono proclami che spesso si ascoltano dai nuovi governi. Perchè questa dovrebbe essere “la volta buona”? Può essere la volta buona se si avrà il coraggio di mettere la penna in mani nuove, perché, se i ministri cambiano ma i consulenti dei ministri che si succedono rimangono gli stessi che hanno già contribuito a scrivere perle come l’Imu e la Tasi, allora non si va da nessuna parte. Per ora, sarò sincero, non mi pare che questa consapevolezza sia ancora maturata. Quindi nessun cambiamento? Per noi di Scelta Civica è chiarissima l’impossibilità di cambiare concretamente il Paese. Se pure cambiassero il 100 per cento dei parlamentari, si continua a cambiare lo zero per cento delle alte burocrazie di Stato. Su questo incalzeremo tutte le altre forze di maggioranza fino allo sfinimento, se occorrerà. Da un esperto di fisco, sottosegretario al ministero dell’Economia e motivato a cambiare, cosa ci dobbiamo aspettare? Una delle priorità è cambiare il rapporto tra ministero dell’Economia e delle Finanze e Agenzia delle Entrate. Il Mef non può continuare a fissare come unico obiettivo reale e sostanziale dell’Agenzia quello quantitativo del gettito, senza dare indirizzi politici chiari circa la priorità che deve essere data nella lotta investigativa al sommerso rispetto alla contestazione burocratica di cosa dichiara chi è già emerso. Un euro recuperato scovando con abnegazione una frode o un evasore totale non può equivalere ad un euro recuperato andando a sedersi negli uffici amministrativi di aziende tutt’altro che sommerse per farsi consegnare le dichiarazioni che presentano e contestargliele con argomentazioni giuridiche magari capziose o ricostruzioni presuntive magari fantasiose. Così come non è possibile che, se a fronte di avvisi di accertamenti emessi per 2,5 milioni, gli uffici propongono al contribuente una adesione a 800mila euro, questa operazione venga valutata ai fini dei premi di risultato come una operazione in cui si sono incassati 800mila euro, perché semmai si tratta di una operazione in cui l’accertamento è stato riconosciuto come vessatorio per 1,7 milioni di euro e quindi il saldo dell’operato degli uffici è meno 900mila euro. E crede che un cambio di rotta in questo sia realizzabile? Senza questi accorgimenti continueremo ad avere un fisco che preferisce andare a caccia di “rabbocchi” di versamenti da parte dei soliti noti, piuttosto che andare a caccia degli evasori più difficili da stanare. Così come continueremo ad avere un fisco che tende a sparare numeri esagerati negli accertamenti, con l’obiettivo di chiudere poi in sede di adesione col contribuente al livello “desiderato”, invece che accertare solo e soltanto ciò che ritiene di poter effettivamente difendere con successo nelle fasi successive e nell’eventuale contenzioso davanti ai giudici tributari. È possibile che l’Europa possa concedere all’Italia la deroga dello sforamento del tetto del 3 per cento del rapporto deficit/Pil , a fronte di un impegno credibile del Paese a ripagare lo sforamento in un secondo momento: sarebbe una cosa opportuna? Siamo credibili come sistema Paese o questo meccanismo rinnova ancora il letale azzardo morale, causa fondante della crisi in cui viviamo. Una deroga di questo tipo è alquanto improbabile che possa venire concessa, ma aggiungo che non è nostra intenzione chiederla. Ci basta e avanza la flessibilità a lasciarci manovrare fino a concorrenza del 3 per cento e la possibilità di considerare da subito i maggiori spazi di azione che derivano dal riconteggio del costo degli interessi passivi che è più basso di quello stimato e messo nel Def dello sborso anno, grazie al positivo andamento degli spread. Ai giovani lavoratori ed imprenditori come descriviamo il sogno di un’Italia più aperta e libera, produttiva e competitiva? Il sogno di un’Italia più aperta, libera, produttiva e competitiva si realizza mettendo al centro la trasparenza dei processi di selezione ed il superamento della logica dei diritti acquisiti da alcuni a favore di quella dei diritti sostenibili per tutti. Quanto al primo aspetto, sento spesso parlare di meritocrazia, ma il tema vero è quello della trasparenza: se c’è trasparenza, la vittoria di chi merita davvero è il corollario naturale; senza trasparenza, la meritocrazia è solo una vuota affermazione di principio che si traduce nei fatti in un criterio arbitrario, perché è un classico che, chi dice che deve andare avanti chi merita, di solito pensa di essere lui e gli amici suoi a meritare. Quanto al secondo aspetto, l’Italia non ripartirà mai se si rassegna ad essere una decadente caserma basata sul principio del chi prima arriva, meglio alloggia. L’inscalfibilità di qualsiasi diritto acquisito, ivi compreso quando assume palesemente i connotati di un privilegio acquisito, frustra qualsiasi processo di riforma, trasformandolo in uno squallido tirare una riga che tutela chi c’è e mette in carico l’intero costo della rimodulazione dei diritti a chi nel recinto ancora non c’è. Non se ne può più. La verità è che gli unici diritti che si dovrebbero considerare realmente acquisiti dovrebbero essere solo quelli che possono continuare ad essere acquisiti anche da chi arriva dopo. Le tre azioni più urgenti perchè si possa rimettere al centro del sistema Italia l’individuo? Riformare il rapporto tra fisco e contribuente, riportare la burocrazia al servizio della politica e dei cittadini, riequilibrare i diritti pensionistici tra le diverse generazioni. Antonluca Cuoco Contatto twitter @antonluca_cuoco


Salernitano, nato nel 1978, laureato nel 2003 in Economia Aziendale, cresciuto tra Etiopia, Svizzera e Regno Unito. Dal 1990 vive in Italia: è un “terrone 3.0″. Si occupa di marketing e comunicazione nel mondo dell’elettronica di consumo tra Italia e Spagna. Pensa che il declino del nostro paese si arresterà solo se cominceremo finalmente a premiare merito, concorrenza e legalità, al di là di inutili, quando non dannose, ideologie. È nel Direttivo di Italia Aperta, socio della Alleanza Liberaldemocratica e sostenitore dell’Istituto Bruno Leoni.