La Brexit scatena uno tsunami finanziario

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Disattese le previsioni della vigilia. Caos sui mercati. L’Inghilterra dice addio all’Unione Europea. Perché si è votato nella sola Inghilterra, non in tutta la Gran Bretagna. Ma questo, ormai conta poco. Con la maggioranza dei “leave” uscita delle urne del referendum consultivo, si è messo in moto un’onda Tsunami i cui effetti, al momento, sono di difficile previsione anche per i più accorti analisti. Del resto, mai come questa volta, mercati e bookmakers erano allineati sulla stessa lunghezza d’onda, più che fiduciosi sulla prevalenza di un esito a favore del “remain”. Ma già nelle prime ore della notte hanno dovuto invertire rapidamente posizione. E così la grande speculazione. Ad innescare l’operatività sulla “Brexit” piuttosto che sulla “Bremain” è stato il risultato iniziale della circoscrizione di Sunderland, quartiere notoriamente laburista. L’economista scozzese Angus Deaton, premio Nobel per l’economia 2015, aveva visto giusto: “Chi vuole l’uscita dalla Ue lo fa perché non ha visto un miglioramento nella propria condizione economica e avverte un disagio per la diseguaglianza. Pagheranno con il portafoglio il loro voto”, aveva detto qualche giorno fa.

Dunque, è accaduto l’imprevisto. Un crollo drammatico della coppia GBP/USD che è scesa da 1,4877 a 1,3229, livello minimo dal settembre del 1985. Un calo superiore al 10%, prima di rimbalzare poi intorno a 1,36.

Il resto delle operazioni sulla Brexit hanno riguardato, come previsto – questo sì – NOK, EUR e SEK, tre dei maggiori partner commerciali del Regno Unito, che hanno accusato le perdite maggiori, mentre le valute rifugio come JPY e USD hanno guadagnato terreno. L’EUR/GBP ha compiuto un rally da 0,7601 a 0,8196, il che significa che al momento i mercati considerano l’evento negativo per la GBP, anche se prevediamo che, una volta passato il clamore, il mercato si renderà conto di quanto negativo per l’euro sia davvero il voto sulla Brexit, e inizierà a ricaricare i corti sulla moneta unica.

L’oro ha compiuto una marcata inversione, lievitando dal supporto a 1.251 USD fino a 1.309 USD su volumi solidi, e si prevede un ulteriore rialzo. Vale la pena notare che, nonostante le condizioni iniziali di illiquidità e la dislocazione dovuta alla volatilità, i mercati valutari hanno tenuto sorprendentemente bene fino ad ora, forse anche perché potenzialmente impreparati rispetto a questa evenienza. Oggi, tuttavia, è lecito pensare che potranno esserci forti movimenti di prezzo.

Intanto, le borse hanno accusato forti cali in Asia sulla scia del risultato, il Nikkei è calato di più dell’8% e il più ampio indice Topix del 7,68%. I titoli della Cina continentale sono stati molto resilienti, gli indici compositi di Shanghai e Shenzhen hanno ceduto rispettivamente solo l’1,33% e l’1,02%. Altrove, l’S&P/ASX ha perso il 3,21%, l’indice NZX il 2,25%. In Europa, i futures sul Footsie cedono circa l’8%, perché gli investitori mettono in conto gli effetti negativi di una Brexit sulle società britanniche.

I mercati valutari dei mercati emergenti asiatici hanno perso terreno in modo generalizzato, perché l’avversione al rischio si è diffusa in tutti i continenti, MYR, KRW e SGD hanno accusato le perdite maggiori. Vista l’esposizione limitato al Regno Unito, sospettiamo che ulteriori cali saranno circoscritti.

L’EUR/CHF è sceso a 1,0623, un calo pari circa al -3,5%, per poi stabilizzarsi intorno a 1,07.

Che cosa accadrà, ora? Un fatto è certo, il Regno Unito entrerà in una fase di estrema incertezza, che peserà sui prezzi degli asset britannici. E anche sulla stabilità politica. Il voto britannico per lasciare l’UE potrebbe portare allo sgretolamento del Regno Unito. In questo senso s’odono già le prime prese di posizioni in Irlanda del Nord (dove la maggioranza ha votato per rimanere) e in Scozia.