L’onda lunga della globalizzazione

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(Imagoeconomica)

Sembrerebbe che, contro ogni previsione, da un po’ di tempo il fenomeno della globalizzazione, tanto inviso quanto osannato, nella gara contro la tradizione abbia subito un pesante rallentamento, in alcuni casi un vero e proprio fermo. È necessario sottolineare che non bisogna fare di tutte le erbe un solo fascio, come si usa dire in campagna, quindi confondere un prodotto rivisto e, se necessario, corretto, da una imitazione o una copia mal riuscita. Al momento, un po’ in ogni parte del pianeta, sta prendendo piede un fenomeno che, a metà del secolo scorso, sembrava fosse localizzato prevalentemente nel Nuovo Mondo. È la violenza, soprattutto quella gratuita e mal dominata, oltre ché scatenata sempre più da futili motivi, che si propone con frequenza crescente, giorno dopo giorno. Cominciando dalle guerre, non sfugge anche a chi considera, a torto, che le fiamme delle stesse non lasciano speranze a un epilogo in tempi brevi, per arrivare alle violenza privata, tra i muri domestici. Non è una novità, di famiglie sterminate per mano di familiari o comunque persone dalla mente malata, se ne ha notizia da tempo.

Come nel romanzo di Truman Capote  “A sangue freddo”, da cui fu tratto il film omonimo, uscito nelle sale cinematografiche all’ inizio del secolo. La trama. A metà degli anni ’50, negli USA, in una località di campagna pressochè isolata, quindi lontana dai grandi centri, in una abitazione, viene trovata un’ intera famiglia sterminata. Il fatto fece tanto scalpore che un importante quotidiano decise di far andare in quella piccola località un inviato speciale, Il protagonista, Capote, nelle vesti di un giornalista, quale in realtà questi era. Quanto innanzi riportato è solo al fine di dare un’ idea di quanto eccezionale fosse considerato un fatto del genere ancora nella seconda metà del secolo scorso. Ritornando a quanto accade in questi tempi, è con grande  preoccupazione, anche se è necessario prendere atto che, allo stato attuale, atrocità di quel genere possano scaturire anche da chiacchiere da bar. La conclusione che si può desumere, con buona approssimazione, che è in atto un processo di imbarbarimento della popolazione di ogni ceto e censo. Ciò significa che spesso scatta anche nel ceto medio il desiderio di emulare personaggi altolocati che avrebbero da difendere, tra l’altro, il buon  nome di famiglia. Ogni riferimento è tutt’altro che casuale, anzi è voluto, con l’intento di mettere un minimo di ordine nelle vicende di una certa imprenditoria. Aggiungendo che una parte di quella stessa un tempo fu italiana.

È quella che fu la FIAT, ora Stellantis, non più italiana ma francese, e tanto fa scattare la molla dell’orgoglio tradito. Tanto ai vecchi “automobilisti”, con quel termine erano definiti gli appassionati di auto, come ai camionisti, che, con la praticità che li contraddistingue, motivavano la loro preferenza per quella marca perché, dicevano esagerando, era possibile trovare i ricambi anche in un negozio di generi alimentari. Avviene così che in TV  da qualche settimana stia passando una pubblicità che vorrebbe legare ancora la motorizzazione di massa degli anni ’60 nel Paese a quello storico marchio. Esso, già da qualche tempo, è pronunciato secondo le regole di altre lingue. Non è azzardato affermare che i trasferimenti appena accennati hanno effetti ancora più perversi, se riguardano  l’Italia. Il prelievo fiscale sui risultati delle attività del gruppo sarà sempre più di competenza del Paese ospitante, mentre resterà ferma l’attitudine di rivolgere le richieste di sussidi alle casse dello Stato. La polemica, allo stato, è rovente e non accenna a spegnersi. C’è chi, in piena fase nostalgica, ricorda che quando le redini di quel carro erano nelle mani del Professor Valletta, l “Avvocato” , seppure vicino alla cinquantina, ne aveva pieno rispetto e non si azzardava a prendere iniziative senza averne parlato prima con “Il Professore . Un ultimo pensiero che si deve lasciar libero è che i crimini familiari richiamati innanzi non riguardano solo i componenti dello stesso nucleo. Molto spesso sono in danno dei beni di famiglia. Ciò che importa rilevare è che gli stessi, quasi sempre, portano conseguenze altrettanto gravi di un danno ai famigliari. Peraltro nel secondo caso non c’è nemmeno il legame di parentela che potrebbe dissuadere..