Ne usciremo migliori (?)

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(foto da Pixabay)

Rispetto alle crisi precedenti l’impatto di quella pandemica è stato particolarmente negativo sulle donne: si è tradotto non solo in una significativa perdita di posti di lavoro in settori dominati dalla presenza femminile, come commercio e turismo, ma anche in condizioni di lavoro con una accresciuta fragilità economica e un conflitto vita-lavoro più aspro. Troppo spesso lo straordinario orientamento ad innovare e contribuire alla crescita personale e professionale di tanti imprenditori non riesce a compensare la miopia culturale di certi altri imprenditori che restano chiusi in modelli passati di organizzazione del lavoro.

A pagare di più sono le donne con bambini piccoli: l’aggravarsi della situazione delle madri, soprattutto quelle più giovani, dimostra che al di là della retorica del sostegno alla maternità, nel nostro paese figli e lavoro continuano a essere durissimi da conciliare. Mentre si continua a sprecare denaro pubblico per prepensionare e sussidiare per non lavorare .

C’è anche un incrocio pericoloso tra questione meridionale e questione femminile: al Sud lavora solo una donna su tre. L’allarme emerge da un rapporto di Confcommercio che rilancia i dati Istat: il tasso di occupazione delle donne nella fascia 15-64 anni nel Mezzogiorno è al 33,2%, contro il 59,2% al Centro-Nord e il 63% in Europa: 30 punti in meno rispetto alla media dei paesi dell’Unione.

I problemi dell’economia italiana degli ultimi 20 anni sono ben descritti nell’introduzione del Pnrr firmata da Mario Draghi: crescita zero, produttività stagnante, debito in rapporto al Pil tra i più elevati e in crescita, disoccupazione soprattutto per i giovani e le donne. La situazione era drammatica anche prima, ma la crisi l’ha peggiorata. E senza vere riforme resterà patologica.