Quando il cammeo diventa arte

229

L’artista Giuseppe Leone ha messo a punto la realizzazione di una serie di opere uniche. La particolarità di tale produzione non sta solo nel preciso e personalissimo stile con il quale Leone opera, ma, soprattutto, nella scelta di un materiale che, nel mondo dell’arte, può essere considerato, per alcuni aspetti, inedito, mentre, per altri versi, invece, appare persino assai tradizionale: il cammeo. In realtà la lavorazione del cammeo è sicuramente estranea ai ritmi e ai codici dell’arte contemporanea e appare, ad uno sguardo superficiale, ancora legata a una pedanteria decorativa ormai desueta, più vicina alle botteghe che ai musei. Eppure,  l’arte di lavorare materiali come la conchiglia o pietre stratificate, quali l’onice, è antichissima. Risale addirittura alla civiltà etrusca, perfezionandosi prima in epoca ellenistica e, poi, con il fiorire dell’Impero Romano. Ma è nel Rinascimento che essa consegue lo status pieno di espressività artistica, affermandosi presso le corti della nostra penisola, nell’orbita delle quali si impostano ed evolvono i sistemi di lavorazione. Con l’avvento dell’industrializzazione e con la perdita da parte dell’Italia del suo primato artistico in favore dell’Impero Austro-Ungarico, capace di convogliare presso le sue città e i suoi palazzi orafi e artigiani di gran fama, l’arte del cammeo entra in crisi. Si avvia ad una parabola discendente: la commercializzazione su larga scala provoca l’incasellamento di un prodotto pregiato in quello che è il range dell’elemento decorativo. Il cammeo si trasforma, si banalizza  e quasi si  confonde con la produzione del ricordo turistico, del souvenir. È partendo da qui che si comprende l’importanza e l’originalità del progetto portato avanti da Giuseppe Leone, in collaborazione con un maestro del cammeo e del corallo di Torre del Greco, a cui ha affidato la difficile manipolazione della preziosa conchiglia: la più recente, in ordine di tempo, con l’ incisore Francesco Scognamiglio. Un tentativo, quello di Leone, che promuove non solo la riscoperta delle antiche tecniche di lavorazione del cammeo, la restituzione al loro valore originario, ma, innanzitutto, la coesione tra i metodi tradizionali (coi quali si muove l’artigiano) e un linguaggio poetico, competitivo, volto alla complessità (consono, invece, all’artista). E l’artista ha difatti qui incanalato il suo percorso  immaginario, un itinerario mitopoietico che reinventa il codice e la memoria del cammeo, rispettandone, al contempo, certe consuetudini stilistiche e “tematiche“. Se infatti Leone indugia nelle sue tele in sagome e profili monodimensionali, per devozione alla propria cifra linguistica, qui fa un’eccezione. Comprende difatti quanto l’urgenza di armonizzare artigianato e arte, e parallelamente tecnica e poetica, vada sormontando quel personale alfabeto simbolico che si mostra indispensabile nell’approccio pittorico, ma forse invalidante quando si parla di cammei. Ed ecco infatti che Leone, in un generoso slancio di flessibilità, compie un piccolo miracolo: concede al suo Ulisse, alla sua Leda e a Plinio  e Virgilio il dono di un viso, di occhi che possono vedere e mani che possono finalmente toccare. Orecchi e nasi e labbra in procinto, chissà, di leggere quella scrittura afona che affiora sullo sfondo. I profili, prima estremizzazione del concetto, si fanno realistici e non potrebbe essere altrimenti quando ci si incontra con la secolare lavorazione del cammeo, che ha sempre brillato per la minuziosa realizzazione di ritratti superbi. A proposito di tale e così innovativo progetto Francesco Gallo scrive: “Le domande, davanti ad un’operazione, così complessa ed affascinate, che vede strettamente connessi gli sperimentalismi della modernità e le rituali tecniche della tradizione, possono essere tante e tante le risposte, ma nessuna domanda e nessuna risposta può essere in grado di esaurire la querelle della definizione dell’arte, come poetica e tecnica che non si ferma davanti a nulla (…). Il tutto tenuto insieme nella regia ferma e discreta di questo artista il cui pregio maggiore è la trasparenza, la leggerezza che si mette in scena e mette a disposizione degli altri il proprio effetto di padronanza, che è delicato, rispettoso, armonizzante, quanto deciso e risolutivo.” Nonostante ciò, va detto che al centro dell’opera rimane, in ogni caso, quel dispositivo che accompagna da anni il percorso artistico di Leone: il mito. Nella superficie levigata del cammeo sono scrupolosamente incisi Vesuvi di straordinaria potenza, magmi e vapori primordiali, creature alate, galli impettiti e cigni e pesci dai denti affilatissimi. E se in primo piano giganteggia la figura umana, sullo sfondo c’è sempre il mare, con quella barchetta sperduta tra le onde: è barchetta di carta, quella dei giochi d’infanzia, ma è anche la barca metaforica su cui si compie il viaggio di Odisseo. Insomma, ogni cammeo, con Leone e Scognamiglio, si trasforma in una storia, che non è solo lo svolgersi  della saga fantastica di eroi e divinità classiche, ma, anche e forse innanzitutto, racconto comune di un’origine comune. E’ attraverso il mito che Leone, tirando fuori frammenti di “immagini” e parabole narrative, ricostruisce identità smarrite. L’artista agisce sul filo della memoria, un po’ come faceva Socrate tirando in ballo l’arte della maieutica, e si nutre di reminiscenze. Le decodifica e poi le rielabora per restituircele in una veste assai contemporanea, che oscilla continuamente tra la magia della fiaba e l’incisività della cronaca. Una favola che, sia ben chiaro, seppur universalmente comprensibile si colloca perfettamente in un determinato territorio fisico e narratologico, dai riferimenti culturali ben definiti, così come precisi sono anche i rimandi alla topografia (basti pensare all’onnipresente Vesuvio). Leone è figlio della propria terra e non può non raccontarla e, perché no, celebrarla, non solo nella scelta di un determinato alfabeto visivo, ma anche di quella tecnica, la lavorazione del cammeo, capace di mettere in luce la destrezza del maestro incisore di Torre del Greco. Insomma, come spiega lo stesso Giuseppe, qui si parla del “superamento di una pura e raffinata dimensione artigianale, che la conchiglia come materia e la preziosa lavorazione offrono, per raggiungere un risultato artistico scaturito dal confronto stimolante tra il programma iconografico da me ideato e l’abilità narrativa dei maestri torresi”. In un’operazione in cui, va ribadito, il cammeo si spoglia dei legami manieristici, per rendersi opera d’arte a tutti gli effetti, densa di significati e chiavi di lettura multiple, non più appiattito sulla monodimensionalità del canone decorativo, ma vibrante in quella che è la sua ispirazione squisitamente poetica. Aldilà del puro virtuosismo, oltre lo specialismo del “mestiere”, irrompe la dimensione alta e sublime della tecné, ovvero dell’arte. Resta il valore della cultura realizzativa, la capacità del fare, ed è grazie a questo che i volti, i profili, incisi sulla conchiglia risaltano con tutta la loro potenza espressiva. Adesso anche Ulisse sembra avere occhi diversi, così come con sguardo differente Leone considera le varie opportunità che la materia può offrire, per sottoporla così ad una sperimentazione, per l’Artista necessaria e peculiare, che si dipana dietro il filo lungo e sinuoso della curiosità.

dolce allusione“Dolce allusione” 
nel giardino dellEden“Nel giardino dell’Eden” 
lincanto del serpente“L’incanto del serpente” 
la tentazione di Zeus“Tentazione di Zeus”