Egemonia e instabilità globale

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(foto da Pixabay)

di Amedeo Lepore

In questi giorni, si discute severamente del ruolo degli Stati Uniti in uno scenario di estrema confusione e instabilità, che rende sempre più chiari la disarticolazione dei precedenti assetti geopolitici e il carattere policentrico di questa fase della globalizzazione. Inoltre, i dati economici evidenziano – come ribadisce il Financial Times – il crescente timore degli investitori per la diffusione delle varianti del coronavirus, che potrebbe frenare il ritmo di una ripresa appena agli inizi. Dalle ultime stime congiunturali emerge, sul versante sia della domanda che dell’offerta, un indebolimento della risalita statunitense e una decelerazione più consistente della Cina. Gli andamenti d’oltreoceano potrebbero dipendere anche dalle aspettative di un possibile ridimensionamento del programma di acquisto di obbligazioni (tapering) da parte della Fed entro la fine dell’anno. Nel frattempo, nell’eurozona si registrano un’espansione delle attività commerciali e uno slancio notevole dell’economia, accompagnati, tuttavia, da un rallentamento della produzione manifatturiera e da un aumento dei costi e dei prezzi delle aziende, dovuti alle interruzioni della catena di approvvigionamento, alla carenza di input e alla crescita intensa della domanda. In questo quadro, vale la pena di ricordare la svolta nei rapporti internazionali avvenuta esattamente nell’agosto di mezzo secolo fa. Jeffrey E. Garten, nel suo nuovo libro “Three Days at Camp David: How a Secret Meeting in 1971 Transformed the Global Economy”, ha esaminato gli eventi di quel mese, che permisero all’America di riorganizzare l’economia mondiale. Il protagonista fu lo shock provocato da Nixon con l’adozione di misure interne (di fronte alla stagflazione, sia il congelamento di salari e prezzi che gli sgravi fiscali e gli incentivi agli investimenti) e internazionali (l’interruzione della convertibilità del dollaro in oro e il passaggio a una legislazione protezionista). Secondo l’autore, queste mosse dovevano servire a mantenere la fiducia negli impegni statunitensi per la difesa militare degli alleati e a creare le condizioni per un nuovo accordo monetario in sostituzione del sistema di Bretton Woods. Le cose non andarono così e si avviò un’età di crisi, associata a un progressivo declino dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Vi sono analogie e differenze tra quell’epoca e i fatti attuali, ma oggi gli USA hanno sicuramente la necessità di non agire in modo unilaterale come allora. Il parere di Mohamed A. El-Erian, uno dei più influenti pensatori globali, è che l’erosione del multilateralismo economico non solo ha ostacolato la capacità complessiva dell’economia di sfruttare il proprio potenziale, ma ha contribuito anche all’insicurezza geopolitica. Per scongiurare questo combinato disposto rovinoso, con un allontanamento esiziale dalle istituzioni sorte nel 1944 (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale), come nel caso della formazione di una propria banca di sviluppo da parte dei Paesi emergenti (Brics), egli propone una riforma profonda e un rafforzamento dei meccanismi di cooperazione economica e monetaria internazionale. Il Covid-19 e i suoi effetti sugli equilibri generali, dunque, si presentano come un nuovo spartiacque dell’ordine mondiale? Colin Kahl e Thomas Wright, autori del volume “Aftershocks: Pandemic Politics and the End of the Old International Order”, sottolineano come la pandemia sia stato il più grande trauma per l’ordine internazionale da decenni, ma sia il primo senza la leadership degli Stati Uniti, originando così uno squilibrio persistente. Eppure, i segni di speranza non mancano, se si guarda alle risposte di alcune democrazie e dell’umanità, comunità e individui, nel suo insieme. In assenza di una condivisione di prospettive e di un’iniziativa comune sul piano globale, comunque, appare proibitivo fornire soluzioni credibili alla crisi in atto, accelerando il superamento del coronavirus e ripristinando una cornice di crescita durevole per l’economia, sia nei Paesi più avanzati che in quelli in via di sviluppo. Più che il G7 di ieri, assume un valore cruciale la convocazione di due vertici del G20, quello straordinario promosso da Mario Draghi per affrontare la questione afghana e quello già programmato per fine ottobre a Roma. Questa circostanza, mentre rilancia il ruolo dell’Italia, si presta all’apertura di una nuova fase a livello mondiale. In questi appuntamenti, si possono individuare le scelte prioritarie per provare a stabilizzare i sommovimenti geopolitici e porre le basi per un nuovo disegno globale. La sfida che l’America, l’Europa e il mondo intero devono affrontare è essenzialmente la stessa di mezzo secolo fa, solo molto più impegnativa e, si auspica, seguita da esiti migliori.