Giovani di Confindustria, Grassi: Il Sud vince solo se scommette su talenti e competenze

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in foto Vito Grassi, presidente di Confindustria Campania e dell’Unione Industriali di Napoli

“Puntare sulle persone, sui loro talenti, impegnandosi con forza per una formazione che sia più al passo con le esigenze poste dai nuovi modelli di impresa, lasciare il segno positivo sul territorio in cui si opera, alla luce di una responsabilità sociale integralmente rivista”. E’ la “ricetta” per lo sviluppo suggerita da Vito Grassi, presidente di Confindustria Campania e dell’Unione Industriali di Napoli, che vede nella trasformazione digitale in atto la più grande occasione di riscatto per la Campania e l’intero Mezzogiorno: “Nel nostro territorio – ricorda Grassi- siamo leader mondiali nella produzione di competenze digitali grazie alla decisione di investire su Napoli, e sui talenti partenopei, dei grandi colossi dell’innovazione”. 

In una fase politica caratterizzata da spinte antieuropeiste, i Giovani di Confindustria dedicano il loro meeting annuale all’Europa e al valore dell’Unità. Ma questa Europa rappresenta un vincolo o un’opportunità per le imprese?
Come ha più volte ribadito tutto il mondo delle attività produttive, nonché il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia,  il nostro Paese “vince e avanza solo con l’Europa e dentro l’Europa”. E questo principio è tanto più vero in una fase caratterizzata da profonde incertezze sulle scelte politiche e con previsioni di crescita più basse del previsto (+1,1% nel 2018 e +0,9% nel 2019 secondo le ultime stime del Centro Studi di Viale dell’Astronomia che ha tagliato di 0,2 punti percentuali entrambi gli anni di previsione). L’Europa rappresenta per le imprese, oggi più che mai, un’opportunità per risolvere problemi di bassa crescita, crisi di sfiducia e difficoltà di accesso al credito. La partita dello sviluppo va giocata su un mercato più ampio di quello delimitato dai confini nazionali. Le imprese sopravvissute alla crisi sono quelle che hanno saputo fare sistema con le istituzioni locali e nazionali, con i propri stakeholders, con i nuovi attori della finanza, con i rappresentanti delle organizzazioni sindacali, con le associazioni della propria categoria di appartenenza in un ritrovato ruolo dei corpi intermedi.

Il Mezzogiorno come se la cava in questa partita per lo sviluppo sui mercati internazionali?
Le esportazioni nel Mezzogiorno sono l’unico indicatore preso in esame dall’ultimo rapporto Check-up di Confindustria ed Srm ad avere già superato i livelli pre-crisi con un incremento di circa il 7% rispetto al 2007. Ma la strada da percorrere è ancora lunga e come sistema associativo dobbiamo saper corrispondere alla domanda di servizi posta dalle aziende in crescita sui mercati esteri, sviluppandoli e qualificandoli.

In che modo?
Supportando le imprese anche attraverso partnership qualificate nella ricerca e nella creazione di reti commerciali all’estero. Sostenendole nella verifica delle potenzialità di esportazione dei propri prodotti e di penetrazione nei mercati esteri anche tramite l’apporto di nuovi profili professionali altamente qualificati.

Che cosa manca al Sud per diventare competitivo e capace di attrarre capitali d’investimento?
Al Sud vanno create le condizioni per il rilancio di un’impresa manifatturiera nel senso più ampio del termine, tenendo conto dell’intera catena del valore – incluse le fasi precedenti e successive al processo produttivo – nella prospettiva più ampia di dare competitività a tutto il territorio su cui insistono le attività produttive. Un manifatturiero al passo con la trasformazione digitale in atto, che rappresenta una grandissima occasione di riscatto per la Campania e l’intero Mezzogiorno. Non dimentichiamo che nel nostro territorio siamo leader mondiali nella produzione di competenze digitali grazie alla decisione di investire su Napoli dei grandi colossi dell’innovazione: da Apple a Deloitte, passando per Cisco fino ad arrivare a Ferrovie dello Stato.

Ma ci sono una serie di ostacoli strutturali da superare, a partire dalle infrastrutture. Non trova?
Le infrastrutture sono il primo nodo in assoluto da sciogliere: sono indispensabili a creare le condizioni di contesto che consentano alle imprese di crescere e investire. Parlo di ferrovie – con in testa il collegamento tra il capoluogo campano e quello pugliese – ma non solo: occorre investire anche sulle strade, sui porti e gli aeroporti. Sulla realizzazione della banda ultra-larga e soprattutto su un sistema intermodale di connessione tra queste diverse tipologie di infrastrutture. Da questo punto di vista il progetto di ammodernamento dei trasporti in corso a Napoli è molto importante. Ma non può e non deve essere realizzato in tempi biblici.

Quali altri vincoli incontra un potenziale investitore nel Sud e in Campania?
Assieme alle infrastrutture ci sono la burocrazia, che impone ancora procedure farraginose, lunghissime e in totale antitesi rispetto alla società 4.0 cui bisogna tendere, la certezza del diritto, nonché un normale accesso al credito al passo con tutte le economie mondiali più avanzate e fondamentale per sostenere le aziende in questa fase di ripartenza dell’economia. Nel Mezzogiorno e in Campania le difficoltà di fare impresa restano di gran lunga superiori che nel resto del Paese e, più che altrove, bisogna combattere la subcultura criminale promuovendo percorsi di istruzione e avviamento al lavoro come valori, prima ancora che come opportunità.

Da quali settori produttivi può ripartire lo sviluppo nella nostra regione?
Si devono promuovere politica e strumenti trasversali più che settori, definendo i presupposti per una maggiore competitività a tutti i livelli. Dal turismo e dall’industria culturale fino a settori come quello sanitario, occorre puntare sulle persone, sui loro talenti, impegnandosi con forza per una formazione che sia più al passo con le esigenze poste dai nuovi modelli di impresa. I rapporti con università, centri di competenza e Digital Innovation Hub vanno indirizzati tanto alla promozione dell’innovazione tecnologica e organizzativa, quanto alla questione centrale della formazione di nuovi profili professionali e di nuove competenze indispensabili per la modernizzazione delle imprese e degli stessi assetti sociali e istituzionali.