Medie imprese del Sud
competitive ma poco numerose

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Se la virtù sta nel mezzo è il campo delle medie aziende che occorre coltivare in Italia con particolare cura. Ed è in quel campo che va a guardare con attenzione Se la virtù sta nel mezzo è il campo delle medie aziende che occorre coltivare in Italia con particolare cura. Ed è in quel campo che va a guardare con attenzione il quarto rapporto della Fondazione Ugo La Malfa sulle imprese industriali del Mezzogiorno, realizzato con il supporto dell’Area studi di Mediobanca, che si presenta oggi a Napoli con la partecipazione di Paolo Savona e Giorgio La Malfa. Incredibile ma vero, le imprese di medie dimensioni che operano nelle regioni meridionali non hanno nulla da invidiare a quelle del Centro e del Nord in termini di capacità produttiva e risultati economici. Insomma, sono competitive quanto le loro sorelle lombarde e venete e in gradodi battersela – anche se non ancora alla pari – sui mercati internazionali. Solo che sono decisamente poche per fare sistema e massa critica. Da qui l’abisso che continua a esistere tra la struttura industriale delle regioni meridionali e quella che caratterizza il fronte settentrionale del Paese. La buona notizia, evidenziata dal lavoro di ricerca, è che esiste una potenzialità inespressa che non chiede altro di potersi trasformare in realtà. Contraddistinte da un fatturato tra i 15 e i 330milioni e un numero di occupati tra 50 e 499, le medie aziende italiane censite daMediobanca e considerate dalla Fondazione La Malfa sono nel 2012 (anno dell’ultima rilevazione disponibile) 3.528. Erano 4.092 nel 2008, primo anno della crisi, con un calo del 13 per cento dovuto a una regressione verso la piccola dimensione o a vera e propria scomparsa. NelMezzogiorno questo cluster raggruppa appena 274 unità (erano 357 nel 2008 con una caduta di quasi il 25 per cento) pesando sul totale nazionale per un misero 7,7 per cento. Poche ma buone, verrebbe da dire. Ma così poche, in questo caso, non è tanto buono perché l’assenza di questa fondamentale taglia organizzativa condiziona al Sud la grama esistenza delle piccole imprese della subfornitura. Suddivise per regioni, le medie imprese meridionali mostrano con ancora più chiarezza la loro scarsa densità: 99 in Campania, 55 in Abruzzo, 53 in Puglia, 33 in Sicilia, 13 in Sardegna, 21 suddivise nei territori che restano. Ed è un vero peccato perché questi gioiellini hanno nel 2012 superato il fatturato medio del 2008 (38,6 milioni contro 37,2) dimostrando una certa vivacità. A causa del ridimensionamento del numero, il giro di affari complessivo scende da 13.271 milioni a 10.577 con una perdita del 20 per cento che si fa sentire sull’andamento complessivo dell’economia meridionale. Si contrae di conseguenza l’occupazione che passa nei cinque anni presi in considerazione da 43.486 unità a 33.521 conuna caduta del 23 per cento. Anche se in misura limitata, queste aziende hanno sempre guadagnato tranne che nel 2011 e inoltre sono poco indebitate nel breve e lungo termine denunciando qualche tensione solo nel breve a riprova che una gestione più oculata potrebbe condurre a risultati migliori con benefiche ricadute sull’area di appartenenza. Insomma, un modo per rivitalizzare il Mezzogiorno – ammesso che lo si voglia fare – è puntare sull’ingrandimento suoi attori principali, sulla possibilità che le piccole imprese aumentino di stazza raggiungendo una massa critica compatibile con le complessità del mercato. Se il Jobs Act potrà aiutare lo vedremo presto. In definitiva, un compito da politica industriale.