Lo chiederemo agli alberi

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di Giuseppe Tranchese

“Lo chiederemo agli alberi come restare immobili fra temporali e fulmini invincibili…”
L’incipit di una poetica canzone del cantautore Simone Cristicchi ha fatto da sottofondo, nella giornata mondiale della terra, ai pensieri ed alle riflessioni che dovrebbero spingerci a trasformare, in questo periodo particolare, quella sensazione di isolamento in una proficua contemplazione. Infatti, il contemplare non allude all’immobilismo, ad un passivo “non far niente” bensì al “costruire se stessi” partendo da quel silenzioso tempio interiore nel quale è possibile vedere, sentire ed influenzare il mondo dentro e fuori di sé.
Capita ad ognuno di passare più volte al giorno davanti agli alberi senza prestare loro attenzione, come se fossero solo parte di uno scenario teatrale fatto di cartongesso. Se avessimo profonda coscienza che ogni albero è una creatura viva, forse potrebbe cambiare la prospettiva superficiale che, spesso, ci contraddistingue. Sembra banale ricordarlo ma un albero possiede delle radici, un tronco, dei rami, tutti elementi che esso conserva per sé, ma al contempo, per il beneficio di tutti, distribuisce i suoi frutti e spesso anche le sue foglie e i suoi fiori.
Le radici di un albero si spingono in profondità nella terra e attraverso esse l’albero ha il diritto di attingere dal terreno gli elementi di cui ha bisogno per crescere e rinforzarsi: in questo obbedisce alle leggi della creazione e della vita. Viceversa il terreno non ha il diritto di sottrarre le energie all’albero in quanto sovvertirebbe il perfetto sistema di equilibrio naturale.
Inoltre in natura tutte le creature, ognuna a suo modo, esercitano anche funzioni di respirazione. La vita non ha bisogno necessariamente degli stessi organi per assicurare le medesime funzioni. L’albero, ancora una volta, ne è un esempio: non ha polmoni, né cuore, né stomaco, né fegato, né intestino come li intendiamo nell’anatomia umana, eppure respira. E non solo respira ma assimila, elimina e si riproduce. Spesso, anzi, vive più a lungo dell’uomo e resiste meglio alle intemperie. A volte in montagna è possibile apprezzare sull’orlo di un precipizio un albero il cui tronco ed i cui rami sono al contempo stranamente contorti ed espressivi della resistenza che esso ha dovuto imprimere nel contrastare gli elementi che lo hanno aggredito nel tempo. Analoghi segni dell’impegno, della sofferenza, della resilienza si possono leggere sui volti e sui corpi di tanti uomini e donne che, con silenziosa umiltà, affrontano le tribolazioni quotidiane della vita. Eppure quanti uomini hanno idee limitate riguardo al rispetto della vita! Molti sono convinti che, per affermarsi in questo piano di esistenza, sia fondamentale primeggiare attraverso un sistema di organi, apparati ed un cervello superiore agli altri viventi. Per la Natura, invece, non è necessario avere dei polmoni, un cuore e neppure un cervello per poter assolvere alle funzioni vitali ed intellettive. Essa ha generato la vita sotto una moltitudine incalcolabile di forme e con una tale ingegnosa creatività da fondere perfettamente saggezza e scienza.
Anche sulla trasformazione dei rifiuti, gli alberi (e le piante in genere) sono maestri di rigenerazione biologica, dei veri alchimisti. Sono in possesso di un sapere che permette loro di trasformare rifiuti, detriti, cadaveri in frutti belli, profumati e saporiti, per quanto maleodorante e ripugnante possa essere considerato il letame. Noi umani, invece, non solo produciamo rifiuti in maniera abnorme, smaltendoli in modo sconsiderato e nefasto, ma, anche sul piano psichico relazionale, contraccambiamo con vagonate di rifiuti anche a banali critiche od offese di poco conto.
Altro esempio di analogia con l’albero è rappresentato dalla qualità del seme rispetto al terreno. Sebbene siano piantati nello stesso terreno e beneficino delle stesse condizioni esterne di temperatura ed umidità, ci sono alberi che producono fiori dai colori smaglianti, dai profumi soavi e dai frutti deliziosi ed altri che danno fiori scialbi, inodori e frutti immangiabili. Altri alberi sono recettivi a bruchi, pidocchi e parassiti vari perché indeboliti da agenti esterni o dagli spazi angusti nei quali vengono confinati dalle agricolture massive, così come tanti uomini sono parassitati da loro simili autoproclamatisi superiori o più furbi.
Così, quando si sostiene che siano la famiglia, la società o gli eventi a determinare il destino di un essere, la sua ascesa o la sua caduta, tutto ciò rappresenta una faccia della medaglia, l’altra è data dalla qualità del seme che ognuno di noi rappresenta: ossia dal modo di pensare, di percepire gli avvenimenti, di assimilarli ed anche di trasformarli. Dunque, quando ci troviamo in condizioni difficili, anziché evitare gli ostacoli od aspettare passivamente che qualcosa possa cambiare, dovremmo lavorare su noi stessi. In che modo? Scavando profondamente alla ricerca di quegli elementi, già inscritti in noi, da far germinare perché possano dare frutti squisiti.
In qualche modo tutto ciò che esiste passa attraverso queste simboliche fasi: nocciolo, radici, rami, foglie e frutti. A seconda delle creature e dei diversi regni in cui si verificano, alcuni processi sono più lunghi, altri più brevi, ed è in questa successione di fasi, chiamata esistenza o “mestiere di vivere”, che “dobbiamo accorgerci, in un momento, di essere parte dell’immenso”.