Leopardi e l’anima universale delle bestie

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di Giuseppe Tranchese

Un anno fa, per la precisione il 10 ottobre del 2019, abbiamo inaugurato la rubrica “Uomo e Ambiente”, nella quale avrei voluto trattare quel vastissimo e complesso campo uomo-ecosistema sotto il profilo umanistico, scientifico ed etico, sempre con il dubbio e la responsabilità di non percorrere le impervie vie che facilmente possono far deviare verso l’utopia e la retorica. Il desiderio di analizzare le vulnerabilità della nostra società, poco o per nulla ambientalista, guardando sempre all’aspetto non settoriale ma globale, mi rendeva molto incerto e timoroso, al punto tale da sentire il bisogno di chiedere aiuto. Ma a chi? Ai grandi uomini di cultura che ci hanno preceduto e che a loro volta hanno guardato al mondo in maniera non parcellizzata, nella sua globalità ed unità, aiutati non solo dal loro fine intelletto (filosofico, scientifico ed artistico), ma anche dal loro coraggio e dalla loro volontà, qualità che hanno forgiato la loro intelligenza e costruito le fondamenta della nostra modernità (sebbene, sempre più spesso, non consentiamo alla nostra memoria di farvi ritorno). Un altro aiuto è stato poi richiesto ai soggetti dei tre regni: alla solidità del mondo minerale, alla magia e sensibilità dell’universo vegetale, alla saggezza ed alle virtù di quello animale, tutti interconnessi tra loro e con noi umani.
Se nel lavoro iniziale il grande genio intuitivo di Leonardo, applicato agli studi di botanica, ci ha introdotto e guidato ai concetti di simbiosi, oggi cercheremo di farci guidare, nella visione olistica, da chi reputo essere insieme a Dante Alighieri, uno dei veri fondatori del nostro Paese e dell’Europa intera, per cultura, bellezza e rispetto della Natura: Giacomo Leopardi.
E’ magnifico notare quale attualità caratterizzi un giovanissimo Leopardi nella sua meno nota “Dissertazione sopra l’anima delle bestie”. In essa egli pone le basi del suo primo incontro filosofico con l’animalità, dagli antichi e selvaggi uomini, alla follia ed alla pochezza delle “anime dei bruti”, per lasciarsi attrarre da un universo di forza, energica dolcezza e tranquillità; un universo in cui un posto di rilievo è occupato dalle bestie non umane, la cui vita appare al contempo terribile ed incantevole, fonte di profondi insegnamenti e meritevole di tragica compassione.
Nella sua attenta lettura del mondo animale il poeta di Recanati scavalca lo stesso Kant, per il quale la pietà verso le bestie è soltanto una sorta di ginnastica con gli attrezzi, utili all’esercizio della pietà verso gli uomini. In Leopardi, invece, la pietà nei confronti di chi soffre, uomini o animali, è garanzia di comportamento eticamente giustificato ed auspicabile.
La vita è di per sé condizione sufficiente affinché un soggetto vivente abbia valore; di qui scaturisce l’unità, la fratellanza di tutti gli esseri immersi nel dolore. Un riconoscimento che del resto era già presente anche in Pitagora, Platone, Plutarco e Porfirio.
L’uomo è un semplice, infimo “anello necessario alla gran catena degli esseri”, i quali, in proporzione alla loro natura, hanno certamente pensieri. Infatti, ogni materia che si fa vita e come tale si organizza, necessariamente pensa. Che la materia “pensi” è in Leopardi quanto di più ovvio possa essere notato: “La materia pensa e sente”. Non solo.
Dal suo speciale punto di vista, gli animali non mancano di linguaggio. Forse deficitano di quel “linguaggio che noi umani definiamo perfetto”, non certo per mancanza di ragione ma, talvolta, per diversa collocazione degli organi necessari ad articolare suoni che siano per noi comprensibili. Soprattutto, essi possiedono quel principio di conoscenza innato in tutti i viventi che non si manifesta con la sola parola. Ma se mancano di quel linguaggio perfetto, le bestie possiedono incredibili abilità e straordinarie attitudini: mutano costumi, acquisiscono informazioni, imparano ed in tal modo possono creare società perfette in cui gli individui che le compongono non nuociono gli uni agli altri. Lo vediamo accadere fra le api, fra le formiche, fra i castori, fra le gru e simili, le cui società sono strutturate nel grado voluto dalla natura, senza la necessità di religioni e di leggi surrogate. I loro individui “cospirano” tutti e sempre al bene pubblico e si giovano scambievolmente, con l’unico fine di riunirsi in società come vere e proprie reti di condivisione.
Che una specie distrugga e consumi regolarmente se stessa attraverso il calcolo è privilegio dell’uomo. La capacità, la facilità di odiare, lo spirito di vendetta, l’ira verso i suoi simili cagionata spesso da futili offese sono maggiori nell’uomo che in ogni altra specie vivente. L’essere umano è diventato una forza della natura contro la natura, quasi il prodotto di una malattia.
Nel sistema generale degli esseri egli è diventato l’animale folle (seppur dotato di metodo e di matematica).
Ancora una volta, un grande uomo di cultura, ma soprattutto una grande anima universale qual è Giacomo Leopardi, ci porge spunti di soluzioni attraverso poche ma profonde parole:
“Niuna cosa maggiormente dimostra la grandezza e la potenza dell’umano intelletto, né l’altezza né la nobiltà dell’uomo, che il potere l’uomo conoscere e interamente comprendere e fortemente sentire la sua piccolezza…
La facoltà di compatire non è propria del solo uomo.
In casa mia v’era un cane che da un balcone gettava del pane a un altro cane sulla strada”