Post Covid, un nuovo impulso al Museo di San Martino

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I musei sono stati il fanalino di coda della graduale riapertura di tutte le attività aperte al pubblico dopo la pandemia. Luoghi evidentemente immaginati affollatissimi, dagli spazi esigui e forieri di sicura infezione. Bah. Coloro che hanno immaginato questa brulicante fruizione dei musei, valutandola uguale o più pericolosa di quella delle discoteche o dei concerti rock, hanno una visione del museo tanto singolare quanto benaugurante. Amen e così sia. Leggiamola pure come augurio per il futuro dei musei, della cultura e dell’economia legata a queste attività. Un auspicio. Domenica di fine agosto: nel piazzale del Museo di San Martino un centinaio di persone punteggiano lo spazio aperto in ordine decisamente sparso, distanziato e certamente del tutto casuale. Godono del sole, del clima e di una quinta scenografica di tutto rispetto, di un panorama unico al mondo. L’ingresso al museo è senza fila, folla o assembramenti. (termine che nella lingua italiana indica “raggruppamento di persone con intenzioni ostili, sospette o sconosciute”, molto lontano da eventuali, gioiosi, anche se poco prudenti, affollamenti) . Neanche una persona in fila, in attesa di godere delle diecisezionidieci di esposizioni diverse contenute in questo museo che fu aperto quando la Certosa di San Martino fu inclusa tra i beni ecclesiastici soppressi e dichiarata monumento nazionale. I suoi ambienti, per volontà dell’archeologo Giuseppe Fiorelli furono destinati a raccogliere le testimonianze della vita di Napoli e dei Regni meridionali. Bello eh? Un posto di grande fascino storico, con punti panoramici da perderci la testa. Covid o non Covid è una struttura che dovrebbe avere file di turisti cittadini, altro che stranieri, desiderosi di visitarlo.

Alla biglietteria è subito chiarito che è possibile visitare solo i due chiostri, il belvedere la sala delle carrozze , la sezione presepiale e la sala dei ricordi storici. Non fate stancare il turista, per carità. La visita completa potrebbe stroncarlo. Tutti tranquilli: il turista si risparmia del tutto, e nel museo non ci va. Poche coppie di visitatori in un assolata domenica d’agosto. Tutto qui.

Sei euro il costo del biglietto d’ingresso ed una perlustrazione che è un capolavoro della cinetica. Una passeggiata spedita tra porte chiuse, chiostri ai cui angoli, distrutti dal caldo i sorveglianti giacciono su un sediolino e, fortunatamente, i punti panoramici. Sezioni chiuse, un giretto veloce, si vede ciò che c’è e tutti a casa che è domenica e mangiamo il gelato. Riprendere qualsiasi attività dopo una paralisi di tre mesi è difficile. Innegabile. L’assenza dei visitatori stranieri è un dato di fatto. Amaro, ma sic est. Qualsiasi analisi e previsione sul turismo nelle città italiane ha individuato nel turismo di prossimità la ricetta per uscire dalla crisi o quanto meno per fronteggiarla. Il pericolo del contagio offerto dalle immense sale d’esposizione nelle quali, se va tutto bene, si assembrano dieci persone non può che portare alla chiusura delle stesse. Imperscrutabile logica della quale non si può che prendere atto. La domanda è allora: perché non organizzare nelle vigne la sagra dell’uva, pizza e fichi, o qualsiasi altra cosa che possa attirare visitatori e trattenerli negli spazi aperti del museo. Il visitatore non deve mai percepire l’abbandono da parte del gestore della struttura. La libertà di fruire dell’opera esposta è fondamentale, dotare il turista degli strumenti per goderne però è n altra cosa E’ un lavoro che non è solo aprire i cancelli, tenere qualche sorvegliante su una sedia in un angolo della sala ( ammesso che sia aperta), e far pagare un biglietto che, per quanto a basso costo, non è percepito adeguato al servizio offerto. Il compito del gestore è quello di attirare i visitatori e fare in modo che si trattengano nella struttura anche oltre i fatidici 90 minuti. Un periodo speciale come quello che stiamo vivendo potrebbe essere il momento giusto per sperimentare la forza attrattiva delle esposizioni gestite con le tecniche dell’interpretazione. Usare la tecnologia per rendere affascinante l’esposizione delle antiche vedute e piante della città dovrebbe, alla fine di un periodo nel quale la tecnologia ha dominato qualsiasi forma di lavoro e comunicazione sociale , essere una conseguenza naturale. Se vicino a tutte le piante storiche ci fosse stato un visore che, su inserimento di un indirizzo, avesse evidenziato l’area della città interessata, più facilmente ogni visitatore si sarebbe trattenuto a studiare le varie piante di Napoli alla ricerca della strada o della propria abitazione. In questo modo avrebbe colto e compreso le variazioni urbanistiche ed edilizie della citta nei secoli. Questo processo di autoidentificazione avrebbe sicuramente provocato l’allungarsi dei tempi della visita, il gradimento e la funzione didattica della visita stessa. Piccolo costo economico, grande apprezzamento di pubblico. Crisi come opportunità, dare impulso alla crescita, niente più come prima. Usiamo pure gli slogan ma riempiamoli di significato e concretezza.