Vincenzo Merola e la diarchia visuale dell’ arte

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In foto Vincenzo Merola, 1057 Dice Rolls (Hopeful), 2017

L’occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato

Il Molise esiste? Da qualche anno la rete ed i media sono subissati dal sibillino dubbio circa l’esistenza della piccola regione molisana. Beh, esiste, non solo da un punto di vista geografico ma anche da un punto di vista culturale e l’arte contemporanea non smentisce la carte geografiche e le mappe. Abbiamo incontrato un artista di Campobasso, Vincenzo Merola, ben noto oltre i confini della sua regione, il quale porta avanti una ricerca sperimentale che molto ha che vedere con la dimensione dello spazio, inteso sia come luogo fisico che come universo percettivo-cognitivo. Nell’intervista che segue, abbiamo portato avanti con lui una interessante riflessione.

Vincenzo Merola, la Sua ricerca artistica si incardina nella sperimentazione, sia di carattere che di matrice concettuale. I termini da Lei scelti per suddividere i piani di ricerca sono “lavori aleatori” e “lavori verbo-visuali”. Ce ne spieghi le origini e le differenze.
Per me, che ho una formazione letteraria, è stato naturale, quando ho mosso i primi passi nel campo delle arti visive, cimentarmi con sperimentazioni verbo-visuali. Ho sempre coltivato un forte interesse per la poesia concreta e per la scrittura asemica: in questo solco si collocano tante delle mie dattilografie e alcuni progetti multimediali. Negli ultimi anni, tuttavia, mi sto indirizzando con crescente dedizione verso la pittura e il disegno. In particolare gli Stripe Paintings e i lavori con le penne a sfera sono declinazioni diverse della dimensione “aleatoria” della mia ricerca. Si tratta di composizioni in cui le scelte dell’artista sono vincolate da eventi dettati dal caso (come ad esempio il lancio dei dadi o di una moneta).

La sua sperimentazione che si relaziona allo spazio mondano e reale, risponde, da qualche tempo, anche al linguaggio ed alla grammatica web e dell’arte mediata da progetti online. In che modo, dunque, il Suo lavoro riesce a coniugarsi con una duplice fruizione e in cosa, le due differiscono, migliorano o peggiorano, stando alla Sua esperienza?
Amo i contrasti. Spesso considero riuscito un progetto quando sembra mantenersi in un precario equilibrio tra gli opposti. Mi piace disegnare su carte artigianali, realizzate con tecniche antichissime, utilizzando delle banali penne a sfera, prodotti industriali e di largo consumo. Porto avanti un percorso rigoroso e rispettoso della tradizione in pittura: preparo da me le tele di lino grezzo e le emulsioni per dipingere, partendo dai pigmenti in polvere. Parallelamente, per una diversa tipologia di lavori, prediligo un approccio multidisciplinare e multimediale, in particolare quando mi capita di partecipare a processi creativi collettivi, collaborando con altri artisti e professionisti. Penso che la conoscenza della storia dell’arte e delle tecniche artistiche sia un presupposto indispensabile per proiettarsi nel futuro, innovando e sperimentando in maniera consapevole. Quanto ai livelli di fruizione di un’opera, sono da sempre molteplici, oggi ancora di più. Non saprei dire quali modalità comunicative siano migliori o peggiori, efficaci o meno efficaci. Molto dipende dal contesto e dal pubblico. Spesso è proprio la situazione in cui ci troviamo che impone strategie e linguaggi diversi per comunicare. Non è detto neppure che il desiderio di farsi capire e di trasmettere le proprie idee conduca sempre a fare le scelte giuste. A volte ci si intende con il silenzio, altre volte è più opportuno non essere espliciti. Può persino accadere che un’incomprensione sia più significativa di un messaggio recepito!

Lei è un artista molisano, di quel “Molisn’t” divenuto oggetto di satira negli ultimi anni. Come si rapporta il Suo lavoro ad un territorio ed un mondo come quello del Molise? La Sua carriera l’ha visto protagonista oltre la piccola regione e oltre i confini italiani, con importanti apprezzamenti dal pubblico e dalla critica così come impegnato nel ruolo di giornalista ed operatore culturale. Esiste un fil rouge che possa collegare il contemporaneo e le sue vicende con l’entroterra del meridione, indagando la giovane ricerca?
Le identità locali sono oggi così fragili che ogni territorio è diventato di confine. La provincia è periferia, ma non si sa di cosa. Tutto è periferia ininterrotta, dal paesino abitato da un migliaio di anime agli anonimi quartieri residenziali dei grandi centri. La democratizzazione della cultura è un processo che coinvolge allo stesso modo centro e periferia. Resta da capire se tale democratizzazione sia sinonimo di appiattimento nel pensiero unico o di salvaguardia di una sana diversità. Ad ogni modo,il confine non è localizzato geograficamente: lo portiamo dentro, tra la folla e in solitudine, nel più radicato immobilismo e nelle incessanti migrazioni.

Progetti per il futuro?
Sarei felice di poter vedere presto realizzati i bei progetti per una collettiva negli Stati Uniti e per una personale a Spoleto ai quali ho lavorato negli ultimi mesi e che sono stati, giustamente, rimandati a causa dell’emergenza Coronavirus.

Augurando che l’emergenza da Coronavirus presto sia solo un brutto ricordo, facciamo il nostro in bocca al lupo all’artista molisano per i suoi importanti progetti, su cui, certamente, torneremo per raccontarne ai lettori.
Vincenzo Merola porta in auge un processo che riesce a definire cosmogonie grafiche capaci di dipanarsi in un alveo diacronico e sincronico di rara concertazione. Se ‘aleatorio’ e ‘verbo-visuale’ sono i binari mediante cui ha instradato il proprio percorso, Merola riesce a spingersi persino oltre quella che è la distinzione dell’hic et nunc per proiettarsi in una dimensione perturbante ed affascinante. “Spesso considero riuscito un progetto quando sembra mantenersi in un precario equilibrio tra gli opposti” afferma l’artista e nell’oscillazione di tali opposti, la materia, il segno, l’idea sono ciò che resiste, ciò che genera funzione e sostanza, mentre, talvolta, il Caso decide. In una simile delineazione filosofica Vincenzo Merola conduce la propria sperimentazione, abbattendo qualsivoglia confine, geografico, speculativo e linguistico.

In foto Vincenzo Merola, Silent borders, 2018
In foto Vincenzo Merola, 240 Dice Rolls and 887 Coats, 2018