Pink City Yerevan/ 2 – La città fluttuante

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di Carla Langella*

La prima volta che ho assistito a una proiezione di Pink City ho provato la sensazione di essere assalita dal ricordo inaspettato di un mio vecchio sogno, ormai occultato sotto gli strati di un tempo troppo entropico e di una coscienza troppo stratificata. In pochi attimi Pink City, nelle sue cromie trasparenti e pastellate, nei suoi riflessi liquidi, nella sua dimensione in cui ogni cosa perde la sua gravità per galleggiare lucente, ha fatto riaffiorare smagliante quel mio sogno più bello. Un sogno fatto soltanto due o tre volte che ho sempre provato a descrivere e a richiamare senza mai riuscirci, forse perché legato a una radiosità propria della giovinezza che pensavo non arei mai più ritrovato. Stranissimo ritrovarlo così, al di fuori di me, inaspettato, soave e allo stesso tempo straniante proprio per l’incredibile somiglianza a uno spazio interiore così mio, intimo e profondo. Come se l’artista avesse scavato nella mia memoria più profonda per proiettarne all’esterno una visione estirpata ma intatta, vivida più che mai. Non ho potuto fare a meno di pensare alla memoria involontaria descritta da Proust nella Recherche: “Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i miei disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, io ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove poteva giungermi una gioia così potente?” (Proust, 1913, p. 56).
È da quel momento che ho iniziato ad adorare Pink City.
Per me, quindi, Pink City è prima di tutto un sogno, al contempo speculazione mentale e esperienza della realtà. In quanto sogno è un viaggio, ma di quei viaggi che non mirano a raggiungere una meta, piuttosto a perdersi nel fluire.
Ho visto diverse edizioni dell’opera dedicate a tante città e ognuna mi è sembrata più bella della precedente per i colori, ogni volta diversi, per l’alternarsi di paesaggi naturali e artificiali, per il valore iconico dei frammenti architettonici, astratti ma riconoscibili, per quegli alberi bianchi che sembrano ombre fantasmatiche di una natura deportata lontano dalle città.
Ma la versione unificata delle diverse città è la mia preferita perché si propone come un continuum di immagini metropolitane, simili ma spesso distinguibili, riconoscibili nella loro identità iconica  che Cerami fa affiorare senza mai sforare in visualizzazioni stereotipate. Nella sua configurazione molteplice Pink City, sembra incarnare i concetti di post-metropolis, città si espande frammentata, ma senza soluzione di continuità, nell’estensione e negli obiettivi (Soja, Frixia 2009), e di flexity, struttura urbana flessibile nei suoi confini e contenuti, continuamente adattabile alle esigenze del mercato e della società (Gugler 2004; Braun, Castree 2005). Pink City conserva, latenti, le tracce degli spazi urbani consueti ma, al contempo li trasmuta in un’insieme manifestamente nuovo e diverso, espressione del divenire di una dimensione urbana spaziale e temporale in continua trasformazione che forse non risponderà mai più ad alcun principio organizzativo. Un defluire continuo di pezzi nuovi e pezzi antichi, pezzi ricchi e pezzi poveri, città del nostro vivere interiore sospesa tra passato e futuro, tra memoria e desiderio. Pink City è anche una rappresentazione drammatica e ossessivamente reiterante di visuali generate dal proiettarsi della mente su se stessa in forma di città lieve depurata dai conflitti, dai rifiuti, dalla presenza umana. Un procedere senza soluzione di continuità, autorappresentazione di infinite soluzioni esistenziali possibili.
Cerami mette in scena una città plurima, costituita dalla somma di molteplici identità che componendosi mirano a una ricerca di complementarità tra le infinite soluzioni esistenziali possibili. Manifestazione urbana della contraddizione contemporanea, che nello specchiarsi in se stessa amplifica la bellezza del mondo reale, depurandolo dalla bruttezza e dal caos, che pur contemporanei sono.
In Pink City Cerami fa emergere, di certo, una memoria molto personale di una cultura visiva dell’architettura profondamente legata alle sue radici. Da architetto, riconosco una consuetudine con i linguaggi architettonici e con la ricerca di nuovi codici visiva che interpretino in modo adeguato le trasformazioni della città contemporanea. Le forme architettoniche che compaiono sembrano “autopoietiche”, come un insieme che ridefinisce continuamente se stesso e si autonutre, riproducendosi dal proprio interno.
Una ricerca che ricorda le parole di Zaha Adid che, riferendosi ai luoghi della sua infanzia ha raccontato: “Quando vedi i fiumi e gli alberi sapendo che tutto è così da diecimila anni, la sospensione temporale ti invade. C’è uno stupefacente scambio fra terra, acqua e natura che si estende fino a incorporare edifici e persone. Penso che forse, al centro del mio lavoro, ci sia proprio il tentativo di catturare quella dinamica di continuità e scambio in un contesto architettonico urbano” (Murgia, Tagliaferri, 2019).
Nella dimensione fluttuante della città continua di Cerami il rapporto tra architettura, mente e spazio sembra aprire all’artista e al fruitore l’opportunità di districarsi da situazioni pericolose, dalle verità sgradite delle metropoli reali che, attraverso il filtro della rielaborazione, diventano confortanti, tenui, in grado di attutire l’alienazione. Immergersi in Pink City, per me, significa perdermi in una visione estatica, in una gratificazione sospesa e consolatoria, generata probabilmente da quella percezione di purezza amniotica che caratterizza ogni singolo fotogramma.
A differenza di molte altre opere di Cerami che propongono un continuo confronto-dialogo tra digitale e analogico in Pink City l’analogico è occultato perché tutte le immagini sono rielaborate con un processo digitale. Nonostante questo è forse una delle opere in cui la traccia del processo analogico è più importante ed evidente. L’organizzazione e la traiettoria del percorso stradale, la posizione della telecamera che riprende la città nelle mani dell’artista, la scelta delle prospettive, la velocità del veicolo in movimento e i rapporti tra tempo, spazio e luce costituiscono il DNA analogico del fluido digitale che ne deriva.
La traccia musicale che accompagna la visione della città e incalzante, ipnotica e allo stesso tempo morbida e piacevole, indurrebbe chiunque a muoversi, a scuotersi. Se la mente e lo sguardo sono ipnotizzati dal fluire delle immagini, il corpo vibra, come a ricordare che il fondamento di quelle immagini è reale e dinamico.
Attraverso il gesto analogico il digitale diviene così morbido, accogliente, naturale, onirico, dunque più che mai umano.
Il 25 settembre Pink City è approdata a Jerevan, la città più rosa tra tutte, la vera città rosa. Nel passaggio per Jerevan e per le infinite sfumature di rosa della sua pietra il sogno di Cerami si fa materia così come la materia rosa delle case e della montagna diviene superfice su cui proiettare le immagini del sogno. In un gioco di rimandi, intrecci e riflessioni tra onirico e materico il rosa fluisce, trasborda e si insinua dappertutto trasportando con sé una città liquida, memoria antica del flusso di ignimbrite che ricoprì la vallata sottostante il Monte Ararat originando così la meravigliosa, vera città rosa.

* Professore Associato del Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale
presso l’Università degli studi della Campania “Luigi Vanvitelli”