Vita da centenari nella Zona blu. Caccia ai segreti della longevità

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(Adnkronos) – Sono “soprattutto donne” e l’ultimo figlio lo hanno avuto molto tardi. Sono cresciuti e invecchiati a cavallo fra un mondo antico e il benessere portato dalla modernità. In comune hanno “una vita attiva”, trascorsa perlopiù “in zone di collina e di montagna”. Nei loro piatti c’è “poca carne e tanti ortaggi dell’orto di casa”. Eccola la vita di un centenario nella Blue Zone d’Italia, la Sardegna. Anzi, la vita da centenaria, perché dopo i 100 anni è una ‘valanga rosa’. A dipingere il ritratto dei super anziani della Penisola, campioni di longevità e di saggezza, è Graziella Caselli, professore onorario di Demografia all’Università La Sapienza di Roma, che ha studiato le popolazioni longeve delle Zone Blu contribuendo a rivelare gli elementi chiave che favoriscono una vita lunga e sana.  

“Le Blue Zone devono avere caratteristiche precise, nel mondo sono 5”, spiega l’esperta all’Adnkronos Salute in occasione del primo incontro (dedicato ai centenari) del Milan Longevity Summit, che dal 21 al 27 marzo riunirà nel capoluogo lombardo i più noti studiosi mondiali pronti a confrontarsi sul tema della longevità e dell’Healthy Aging. Un evento che prevede più di 40 incontri gratuiti e aperti al pubblico di tutte le età. Una di queste zone blu è in Sardegna. Inizialmente identificata nel Nuorese, con cuore nell’Ogliastra, in una zona di collina e di montagna, studiando le nuove generazioni di over 100 i suoi confini sono stati rimodulati e la patria dei ‘Matusalemme’ “si è allargata un po’ verso Sud e verso Nord, non verso Ovest”. Quella sarda è la prima, ripercorre la demografa che ha lavorato con gli scienziati pionieri: “Quando studiavamo i centenari li contavamo e li segnavamo sulla cartina dei Comuni sardi con un pennarello azzurro e blu. Più centenari c’erano più il colore blu aumentava d’intensità. Alla fine abbiamo visto che c’era una zona completamente blu. Perciò è stata chiamata Blue zone”.  

Si parte proprio da qui, dall’isola tricolore. “Poi di zone blu nel mondo ne abbiamo trovate altre: Okinawa in Giappone – elenca – Nicoya in Costa Rica, Icaria in Grecia, Loma Linda negli Usa”. E “ne sta per arrivare un’altra che è nella Martinica francese”. Gli scienziati contano i centenari, ma non solo: li ‘validano’. Cioè indagano ogni aspetto biografico, ricostruiscono le loro storie. Dai dettagli di queste vite straordinarie arrivano input fondamentali per la ricerca. “Noi abbiamo bisogno di conoscere i loro certificati di nascita – racconta Caselli – la storia del loro stato civile, i certificati di matrimonio e di residenza per vedere se il luogo di nascita è diverso dal luogo dove vivono. I registri parrocchiali sono stati importantissimi per identificare anche eventuali matrimoni tra consanguinei, che dovevano avere una dispensa papale”. Questo lavoro certosino è stato mirato anche a capire le caratteristiche del territorio degli over 100. Si è visto che “gli uomini erano pastori o contadini, le donne casalinghe. Vivere su un territorio di collina e montagna significa camminare, fare tanta attività fisica. E questi centenari hanno stili di vita e abitudini alimentari simili, condividono un ambiente sano per aria, acqua e così via”. 

Nel piatto degli over 100 poca carne e ortaggi a km 0 –
E’ il quadro che emerge dall’indagine demografica. Nella dieta, “oltre a poca carne e tanti ortaggi” a chilometro zero, “ci sono dei formaggi, del latte di capra, di pecora, qualche bicchiere di cannonau”. Gli over 100 della zona blu, che si conferma tale anche nelle generazioni successive, “sono mediamente in buona salute”. Altro aspetto “a cui nessuno aveva pensato – dice Caselli – è che sono entrati in età senile quando in Italia e in tutto il mondo occidentale è arrivata la rivoluzione cardiovascolare e anche quando è arrivata la sanità per tutti. Quindi alle caratteristiche ‘antiche’ sommano anche l’effetto positivo di una medicina contemporanea e moderna” e della copertura sanitaria universale “che ha permesso loro di affrontare la vecchiaia in modo migliore”.  

Caselli ha poi studiato, insieme al team multidisciplinare che comprende biologi, genetisti e altre figure, “tutti i centenari sardi, cioè un campione di over 100 viventi. Sono stati coinvolti 377 comuni della Sardegna per la validazione, i medici di base e un gruppo di camici bianchi dell’università di Sassari che mensilmente li ha visitati. In totale la nostra indagine ha preso in esame circa 200 centenari, oltre 100 donne e meno di 90 uomini. Sono state fatte analisi del sangue per verificare la presenza di eventuali stati morbosi e l’esame del Dna, nel quale i colleghi hanno trovato effettivamente dei marcatori di longevità”.  

“E’ stato interessante – rimarca l’esperta – perché abbiamo preso anche dei gruppi di controllo e abbiamo sempre visto i nostri centenari in relazione al luogo di nascita, al genere. Il confronto è stato fatto con persone che non avevano legami familiari di parentela, nate nello stesso luogo, più o meno nelle stesse settimane, perché secondo la letteratura scientifica anche il mese di nascita influisce sulla longevità”. I mesi teoricamente propizi? “Credo siano quelli invernali-primaverili”, sorride. I ricercatori hanno analizzato dunque, a mo’ di confronto, i ‘centenari mancati’. Circa 500 tra 85-95enni e anche 60-70enni, “morti prima” di raggiungere quota 100. “Questo è il controllo più interessante perché ti dice se ciò che stai studiando ha senso o no per la longevità. Cosa abbiamo scoperto? Niente di significativo per gli uomini”, anticipa. “Abbiamo analizzato ogni aspetto, indagando anche nelle linee di parentela, sulla fecondità delle madri. Abbiamo 25mila genealogie familiari. Di significativo c’era la trasmissione della longevità per via materna”, da donna a donna: gli esperti hanno visto nonne, madri e figlie longeve.  

L’elisir di lunga vita di madre in figlia – E i genetisti hanno subito concentrato la loro attenzione sul Dna mitocondriale, che è di origine materna. “Noi invece abbiamo ragionato sul fatto che una madre trasmette alla figlia anche abitudini e stili di vita”, approfondisce Caselli. Perché una lunga vita non è solo questione di geni. C’è di più. Altri segni particolari? “Rispetto a chi è morto prima dei 100 anni le nostre centenarie hanno avuto un padre più giovane, che ha potuto mantenerle più a lungo, hanno avuto anche 4-5 figli, l’ultimo dei quali dato alla luce alle soglie della menopausa, quindi frutto di una fecondità tardiva. E in relazione a tale caratteristica ricorrente, al di là del valore biologico di questo dato, abbiamo osservato che i centenari spesso non vivono in Rsa, ma sono quasi sempre a casa della figlia o del figlio ultimi nati, 50enni che possono essere a lungo validi caregiver” per i loro super anziani di famiglia.  

Questo si ricollega al tema generale del benessere. “Avere una buona pensione, potersi pagare una badante, porta a longevità”, ragiona l’esperta. Insomma, l’elisir di lunga vita non è uno solo. “Non c’è una ricetta, un segreto di longevità, ce ne sono tanti”. E gli esperti per scoprirli hanno dato ognuno il loro contributo. “Noi demografi – riporta Caselli – per esempio abbiamo fatto notare che la Blue Zone dei centenari sardi corrispondeva alla Blue Zone della bassa mortalità per malattie cardiovascolari. I biologi sono tornati ad analizzare le analisi del sangue e hanno trovato che i loro processi infiammatori erano bassi”. Altro esempio: “Dai questionari spiccava il fatto che molti over 100 avevano avuto la malaria”. Analizzando a livello molecolare questi sopravvissuti, “si è identificato un marcatore di longevità. Sono molti i risultati ottenuti da questi studi”, per avvicinare il sogno di decifrare il codice dell’eternità.