Il costo insostenibile dei pasti gratis

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in foto Veronica De Romanis

Quello del pasto gratis è un annoso problema. Che non esista tutti lo sanno ma molti fanno finta di dimenticarlo. O ritengono che metterlo in conto a Pantalone, allo Stato, non sia un problema che ci riguardi tutti ma un accidente confinato in una sorta di alchimia che faccia scomparire il problema.
E effetti spesso il problema scompare perché viene consegnato alle generazioni successive attraverso l’indebitamento o si spalma sulla platea degli italiani condannati a pagare le tasse anche per quelli che riescono a farla franca e sono quindi oberati da un fardello che rischia di farli stramazzare.
All’argomento dedica un bel libro Veronica De Romanis, con cattedre alla Luiss Guido Carli e alla Stanford University a Firenze. Chi lo legge potrà passare in rassegna i tanti bonus ai quali ci siamo abituati, come individui e come società, e dei quali sembra non sia più possibile fare a meno. Drogati di assistenza.
Dagli 80 euro in busta paga al reddito di cittadinanza, dai ristori per Covid al regalone per le ristrutturazioni edilizie dove si prende più di quanto si paga, l’elenco dei sussidi richiesti pretesi accordati camuffati e sempre vitali per chi li riceve si allunga sempre di più. E il carro del Paese continua ad appesantirsi.
Il debito pubblico si attesta poco sotto i 3mila miliardi a fronte di un prodotto interno lordo (la ricchezza creata in un anno) che sfiora i 2mila e una spesa pubblica che si avvia a toccare i mille. È vero che non manca la fiducia nel Paese, come dimostra uno spread contenuto, ma non è il massimo della virtù.
Dopo l’austerità patita con il governo dei professori degnamente presieduto da Mario Monti, che pretendevano di salvare l’economia uccidendo i suoi protagonisti, di stringere la cinghia nessuno ha voluto più saperne e per non sporcarsi con termini negativi come finanza allegra ci si è affidati alla flessibilità.
Cambi le parole ma il concetto resta lo stesso. Qualcuno ha provato a capire che cosa realmente ci sia nel pentolone della spesa pubblica (mille miliardi) per provare a risparmiare qualcosa o spostare talune poste su voci via via meno inefficienti in modo da restituire un po’ di vitalità al sistema. Un buco nell’acqua.
Il muro delle corporazioni non è scalfibile. Una volta ottenuto un privilegio – lo si è visto anche nella vicenda che ha interessato gli agricoltori scesi in piazza a protestare con i trattori regalati dall’Europa per la sospensione di un’agevolazione – s’intende che il diritto a mantenerlo resti a vita.
Mario Draghi, nella sua esperienza di premier, provò a introdurre la distinzione tra debito buono e quello cattivo cercando di fare intendere come quello buono porti profitti e quello cattivo distrugga risorse. Se la teoria qualcuno l’ha capita, nella pratica si è continuato a seguitare la vocazione nazionale.
Tutto questo – con il sovrappeso delle ritardate riforme strutturali che rappresentano tanta parte del Paino di ripresa e resilienza (Pnrr) – conduce al risultato che l’Italia sia tra i Paesi che crescono meno al mondo. Occorre ripensare al rapporto tra stato mercato e cittadini se non vogliamo incartarci.
Anche perché incombe su di noi la bomba demografica (nel senso che ci stiamo spopolando), non abbiamo una politica dell’immigrazione che funzioni da contraltare, siamo nel mezzo di due transizioni epocali – digitale e ambientale – che affrontiamo con spirito più dogmatico che pratico.
Senza contare l’impatto che avrà sulle nostre vite la sempre maggiore pervasività dell’intelligenza artificiale mentre si combattono intorno a noi guerre che potrebbero riguardarci più da vicino. Oltre che grave, questa volta la situazione è seria (omaggio a Flaiano). I pasti, mettiamocelo in testa, non sono mai gratis.