Il grande magistero di Antonio Bresciani

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Ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Piero Zevi

Il Novecento, il secolo breve, solcato da guerre e tensioni profonde, vive ancora di personaggi inesplorati. E la rivisitazione storica attenta e puntuale che gli artisti napoletani vanno registrando in questa fase è solo la conferma puntuale di un valore assoluto cui la critica guarda sempre con maggiore interesse. A novant’ anni dalla sua partecipazione alla Biennale di Venezia del 1930, si sono riaccesi i fari su Antonio Bresciani, indiscutibilmente tra i più grandi interpreti della figurazione italiana del Novecento. Le due opere esposte in quell’ occasione, Napoletana e Mezza figura rappresentano ancora una pietra miliare della sua produzione. Rivelano una matrice sironiana, vissuta di un impasto tutto meridionale, agreste, tanto drammatico quanto coinvolgente. Un’ onestà intellettuale che lo porta a descrivere gli ambienti dei più poveri, i ritagli più complessi della loro vita quotidiana attraverso figure contadine che rivelano tutta la dignità e la sofferenza del proprio ruolo.
Bresciani è lì, con le sue tele, i suoi colori, pronto a carpire l’ intimo disagio di quegli anni. La sua pittura supera ogni localismo. Nel 1935 è invitato alla Quadriennale romana. Sarà così anche nel ’39 e poi, ancora nel ’43, in piena emergenza bellica, presenze che gli valgono, comunque, l’ attenzione dell’ intera stampa nazionale.
Ma già nel dopoguerra la sua tavolozza tende cromaticamente a virare, ad ammorbidirsi. Le tonalità si graduano secondo nuove esperienze compositive e la sua pittura si arricchisce di ulteriori capitoli. Nel 1953, infatti, è chiamato con Francesco Galante, Alberto Chiancone, Vincenzo Ciardo e Cesare Maria Cristini al nuovo decoro del soffitto del Teatrino di Corte di Palazzo Reale a Napoli, ferito dai bombardamenti del 1943. Un nuovo straordinario episodio della sua vita d’ artista. I suoi dipinti, nel frattempo, si affollano di modelle. Belle, spregiudicate, volti ritratti attraverso ogni angolatura, descritte in mille, intimi momenti.
Una saga vera, autentica, accanto alla quale presto si dispongono le sue splendide nature morte, costruite con l’ armonia compositiva di una maestro del Settecento ma con taglio modernista, vivace, contemporaneo. Vite silenti che lui costruiva dal vero, oggetti che parlavano, frutta che seguiva rigorosamente il moto delle stagioni. Prima o poi, bisognerebbe scrivere un libro su questa tematica brescianiana. Pochi sanno che d’ estate, nella sua permanenza presso la villa di Serapo, in quell’ atelier recuperato da un garage, il Maestro non realizzava opere legate alla figura delle sue modelle. Dipingeva dal vero e aveva difficoltà a farsi raggiungere sulla costa laziale. Nascevano, così, in quei mesi, quelle fragranti nature morte chiare, solari, ricche di frutti estivi disposti con consumata abilità e perizia. Una produzione di eccellente qualità che i mercanti di mezza Italia inseguivano con passione. Bresciani era fatto così. Dalle sue nature morte potevi comprendere la stagione della sua esecuzione, distinguendo anche quelle prodotte nei mesi di vacanza. Un dialogo con l’ arte costante, continuo, che non conosceva mai soste e che è continuato fino alla sua scomparsa, nel 1998.
Ora le sue opere parlano per lui. Un colloquio che non conosce soste. E con lui parlano i suoi disegni, le sue seppie, i suoi carboncini, carte straordinarie che ne descrivono l’ abilità tecnica, il tratto leggero, la resa maestosa. Un grande artista, tornato finalmente alla ribalta, novant’anni dopo.