I cinesi e il fascismo: Kwok racconta il campo di concentramento di Isola del Gran Sasso

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di Fiorella Franchini

Quante verità nasconde una delle stagioni più tragiche della nostra storia. Fascismo, nazismo, la guerra e la Shoah, la storiografia sembra averci restituito tutti gli orrori possibili ma esistono ancora storie da raccontare e da ricordare. “I cinesi in Italia durante il fascismo”, di Philip W.L. Kwok, per la Phoenix Publishing, è un volume che propone una vicenda poco conosciuta, quella dei campi di concentramento istituiti in Italia per gli immigrati orientali. Già pubblicato nel 1984 da Tommaso Marotta Editore, rivela un retroscena storico e sociale che aggiunge un altro tassello alla memoria. L’autore, storico, ricercatore ed erudito cinese, giunto a Napoli agli inizi degli anni ’70 per un dottorato in Storia e Filosofia, e stabilitosi nel capoluogo campano, divenendo cittadino italiano, ha pubblicato diversi saggi sul rapporto tra la Cina e l’Occidente. La ricerca, partita dall’incontro con uno degli ex deportati, “Mario” Cheng Chi Chang, ha ricostruito le fasi dell’internamento di massa dei cinesi residenti in Italia allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale nelle aree di Tossicia e Isola del Gran Sasso in Abruzzo e Ferramonti di Tarsia in Calabria dando il via, come ha precisato Daniele Brigadoi Cologna nella Prefazione, a successivi sviluppi delle indagini. Fino alla chiusura nel 1943, il campo di Isola del Gran Sasso accolse almeno 175 cinesi, costretti al confino solo per una pura misura precauzionale, essendo sudditi di una nazione nemica. Una restrizione della libertà personale, condivisa inizialmente con zingari sloveni ed ebrei, che non ebbe gli sviluppi tragici dell’Olocausto ma che rappresenta un altro aspetto dell’ideologia discriminatoria di quegli anni bui. Nonostante i buoni rapporti instaurati con la popolazione locale che, dai riscontri sul posto raccolti dall’autore, ha sempre conservato un ricordo positivo degli internati, soffrirono la miseria, la prigionia, la malattia, una coercizione fisica e psichica che distrusse dignità e progetti di vita personale. Il saggio breve di Kwok è scorrevole nella forma, dettagliato nel suo resoconto, cattura l’attenzione del lettore con concise pillole informative sulle origini del popolo cinese, la scoperta dell’uomo di Pechino, nostro antenato preistorico, la diffusione delle prime razze, i rapporti con i popoli stranieri. E’ sorprendente apprendere che il Nuovo Continente fu scoperto 2000 anni prima di Cristo dai cinesi e che Roma, chiamata “Taistin”, ebbe contatti commerciali con la Cina fin dalla dinastia Han. Un libro che fonde la memoria di due popoli, la storia italiana e quella della comunità cinese in Italia, unendole in un ricordo doloroso che supera le differenze in nome di un fondamentale carattere comune, il senso dell’umano. “E’ difficile non essere sopraffatti da un’ondata di rabbia quando si ripensa alla guerra.” – scriveva Agatha Christie – L’orribile sensazione che si prova è che la guerra non risolve niente e che vincere una guerra sia disastroso quanto perderla.” Ogni opera che ne rammenti anche un solo momento compie un atto di testimonianza civile. Philip W.L. Kwok ne era profondamente consapevole e, da studioso, conosceva il valore della mescolanza delle culture che non conduce alla perdita delle radici bensì al raggiungimento di un’identità trascendente e così conclude la sua analisi: “ La vita continua, da questi figli nasceranno altri figli. L’amore continua, universalizza tutta l’umanità, ossia, familiarizza ogni razza”.