La mia scommessa: un’Italia Uber alles

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Parla Benedetta Arese Lucini, nel vertice italiano dell’azienda che fa concorrenza ai taxiSono per l’efficienza e voglio la più ampia attività economica al prezzo più basso possibile. E’ un bene per tutti, non è di destra né di sinistra”. Per capire bene come nasce Uber bisogna partire dalla personalità di Travis Kalanick, il giovane fondatore della start-up californiana, 37enne che ama i soldi e legge Any Rand. In effetti della grande scrittrice e filosofa statunitense di origine russa pare abbia davvero colto in pieno il pensiero, Mr. Kalanick. Ricordiamo un passaggio del capolavoro “La rivolta di Atlante” : “E così tu pensi che il denaro sia alla radice di tutti i mali? Ti sei mai chiesto quali sono le radici del denaro? Il denaro è un mezzo di scambio, che non può esistere se non esistono le merci prodotte e gli uomini capaci di produrle. Il denaro è la forma materiale del principio che se gli uomini vogliono trattare l’uno con l’altro, devono trattare scambiando valore con valore. Il denaro non è lo strumento dei miserabili, che ti chiedono il tuo prodotto con le lacrime, né dei pescecani, che te lo tolgono con la forza. Il denaro è reso possibile solo dagli uomini che producono. È questo che tu chiami male?”. Chi scrive considera innovazione e competitività fattori cruciali capaci di accrescere il benessere di tutti e crede che non sia una buona idea quella di ridurre le possibilità di scelta del pubblico. Strumenti innovativi che aiutano a far crescere un mercato nuovo si rivelano infatti un vantaggio per chi offre e domanda servizi. Accade ad esempio con la sharing economy, l’economia condivisa basata sull’uso del web e dei dispositivi mobili in cui utenti scelgono di condividere, anche a pagamento, beni e servizi. Ed in questo “nuovo mondo” Uber piace sempre più agli investitori, e sono molti quelli che stanno contribuendo alla sua crescita: l’ultimo è il fondo di investimento BlackRock, che con 175 milioni di dollari ha affiancato altri big come Fidelity Investments (che ha investito oltre 400 milioni di dollari) e Wellington Management (210 milioni di dollari). Uber risponde efficacemente ad una domanda di mercato e rappresenta un nuovo tipo di mobilità in città: fornisce un servizio di trasporto automobilistico privato innovativo grazie ad un’applicazione che permette all’utente, con un click sullo smartphone che sfrutta il Gps, di farsi raggiungere in pochi minuti da un’auto di lusso. Le tariffe sono prefissate ed a fine corsa l’importo viene scalato dalla carta di credito, Uber che fa da intermediario trattiene il 20 per cento e l’autista il resto. Attorno a Uber, che oggi capitalizza 17 miliardi di dollari il clima è caldo ed il dibattito vivo tanto che la commissaria europea uscente per l’Agenda digitale, Neelie Kroes, si dichiara indignata per chi emette bandi in quanto costituiscono decisioni che non difendono gli interessi dei passeggeri, ma proteggono solo il cartello dei tassisti. Il Fondo monetario internazionale stima che le riforme volte ad aumentare la concorrenza e la produttività nei mercati di beni e servizi potrebbero aumentare di oltre il 4% in termini reali il prodotto interno lordo italiano in cinque anni e di oltre l’8% a lungo termine. Benedetta Arese Lucini è la general manager di Uber Italia, laureata alla Bocconi, 30 anni di cui 10 passati all’estero tra New York, l’Asia e la Silicon Valley. Tornare in Italia è stata una sfida che oggi guardi come un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Un paese così poco incline al cambiamento che prospettive offre ad Uber, simbolo della innovazione e della rivoluzione del mercato della mobilità? E quali sono le 3 principali difficoltà da affrontare? Mezzo pieno. Ma ricordo ancora quando mi è stato proposto di lavorare a Uber e ho pensato che sarebbe stato difficile tornare dopo oltre 10 anni all’estero. E invece l’entusiasmo dei driver, delle persone che ogni giorno utilizzano Uber e di tutti coloro che ci appoggiano proprio perché innovativi e dirompenti mi fa convincere di aver fatto la scelta giusta. C’è una parte del paese, forse più visibile, restia a ogni cambiamento, ma ce ne è un’altra che ogni giorno lavora affinché grazie all’innovazione l’Italia valorizzi il grande patrimonio che ha. Se devo indicare tre difficoltà sono: 1. Un sistema di regole antico e lentissimo ad aggiornarsi; 2. La difficoltà ad apprezzare in concreto le opportunità che la tecnologia ci offre; 3. La tendenza a salvaguardare gli interessi di categoria perdendo di vista i vantaggi collettivi. Quando un mercato cambia, ci son sempre delle conseguenze; come quando fu inventata e commercializzata l’automobile o la lampadina, chi offriva carrozze e candele si ritrovò spiazzato e fuori mercato. Nei momenti di crisi, solo alcuni colgono le opportunità che emergono dal nuovo scenario: questo approccio ha cittadinanza in Italia oppure no? E gli under 35, per quella che è la tua esperienza, come affrontano le difficoltà in Italia e nel resto dei paesi più evoluti? Gli innovatori sono sempre una minoranza, in ogni società e in ogni epoca. Questo forse vale ancora di più in un paese oggettivamente vecchio. In Italia abbiamo però due aggravanti: un ecosistema che non favorisce la sperimentazione, che appesantisce ogni iniziativa di procedure e freni, e la diffusione di una mentalità dipendente, anche in molti giovani. Molti altri però si rimboccano le maniche e tentano i loro percorsi in maniera autonoma e innovativa, che questo accada in Italia o andando all’estero per me non è importante. Uber è presente in oltre 100 città del mondo: il trend è in crescita e che previsioni avete nel medio e lungo termine? Recentemente in Germania però il tribunale di Francoforte ha messo al bando l’app UberPop. Cosa pensate di fare rispetto a ciò? E come gestire le manifestazioni di squadrismo contro i vostri autisti ed il servizio che Uber offre ai consumatori italiani? Ormai sono il doppio. Uber è già presente in 210 città. Ogni innovazione si scontra con un quadro normativo pensato e scritto in altre epoche. Così è anche per Uber. Noi comunque operiamo nel rispetto delle regole e infatti il provvedimento del Tribunale di Francoforte è già stato ritirato. Auspichiamo una semplificazione e riscrittura delle norme che sia utile per tutti, consumatori in primis. Purtroppo minoranze di settori che si sentono in pericolo rispetto al nostro ingresso nel mercato hanno compiuto atti violenti. Altri invece stanno migliorando il loro servizio e ripensando i loro modelli di business. È proprio questo il grande merito di Uber: aver introdotto competizione in un settore cieco rispetto alla domanda di mobilità totalmente nuova. Siamo vicini agli autisti, specie dopo episodi del genere. E siamo altrettanto disponibili a dialogare con le istituzioni per favorire una transizione che limiti episodi di questo genere. Secondo una ricerca Ipsos, 1 italiano su 3 è pronto a sperimentare la sharing economy; quello che spinge ad aderire a questo modello è il bisogno, seguito dalla convenienza e dal risparmio ma non manca il desiderio di sfida e di crescita. Non è forse questo il paradigma perché questo paese in decrescita infelice possa invertire la rotta e tornare a creare ricchezza e benessere? Cosa accade di diverso in altri paesi in cui operate? Per tanti motivi l’Italia è la patria naturale della sharing economy. Storicamente qui più che altrove si sono sperimentate forme di condivisione dei beni e di collaborazione imprenditoriale e lavorativa. In più è il paese nel mondo con il più alto numero di beni in possesso rispetto al Pil. Ci ritroviamo in un momento difficile e penso che la Sharing economy rappresenti davvero un’innovazione dal basso, dove la tecnologia facilita solo la connessione tra due persone. La vera rivoluzione è che per il consumatore cambiano i bisogni, molti di questi diventano produttori da una parte e altri si affidano a questo mercato, invece che quello tradizionale per un servizio. Certamente cambia il concetto di ricchezza: non potrà certo essere soltanto l’accumulo di beni materiali e capitali. Più benessere e meno ricchezza classicamente intesa. In questo senso penso che il paradigma sharing sarà fondamentale. Recentemente l’Autorità garante della concorrenza e del mercato si è rivolta a Governo e Parlamento in modo abbastanza inequivocabile rispetto al mercato in cui operate, spiegando che per “superare gli ostacoli alla competitività per rafforzare la crescita del Paese” bisogna “eliminare le distorsioni concorrenziali nel settore degli autoservizi di trasporto pubblico non di linea causate dall’esclusione della disciplina dei taxi e del servizio di Noleggio auto con conducente”. La paura delle amministrazioni nei confronti di un bacino elettorale come quello dei tassisti è evidente ma cosa vi aspettate che faccia ora la politica rispetto alla inadeguatezza delle norme vigenti? L’Italia sta provando a passare da follower a leader in Europa. Penso che quella della mobilità urbana sia un’opportunità da cogliere per dimostrare che questo è possibile. In più è noto che in molti altri settori la competizione ha portato benefici al consumatore e penso che la politica di oggi ne sia sempre più attenta a queste realtà. “Più limousine per tutti, non solo all’1 per cento” sembra poter esser il manifesto di Uber per la democrazia del capitalismo. Siete consapevoli che state contribuendo a rivoluzionare un mercato iper-regolamentato in cui le leggi, teoricamente fatte per tutelare i consumatori, proteggono dalla concorrenza e dall’innovazione quello che Travis Kalanick chiama “il cartello dei taxi”? Certamente e posso dire di conoscere ogni singolo comma della legge del 1992. Sono sicura che arriveranno altri player in tanti altri mercati che hanno bisogno di nuove soluzioni. Noi continuiamo a fare la nostra parte per migliorare la mobilità e quindi la qualità della vita e l’accessibilità delle nostre città. L’idea fondamentale è sempre quella di essere motori del cambiamento.


Antonluca Cuoco Salernitano, nato nel 1978, laureato nel 2003 in Economia Aziendale, cresciuto tra Etiopia, Svizzera e Regno Unito. Dal 1990 vive in Italia: è un “terrone 3.0”. Si occupa di marketing e comunicazione nel mondo dell’elettronica di consumo tra Italia e Spagna. Pensa che il declino del nostro paese si arresterà solo se cominceremo finalmente a premiare merito, concorrenza e legalità, al di là di inutili, quando non dannose, ideologie. È nel Direttivo di Italia Aperta, socio della Alleanza Liberaldemocratica e sostenitore dell’Istituto Bruno Leoni. Twitter @antonluca_cuoco