L’insostenibile pesantezza della vita al Sud

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Aumentano i posti di lavoro, ma non al Sud. Diminuisce la disoccupazione, ma non al Sud. Si recupera la capacità produttiva andata distrutta con la lunga crisi iniziata nel 2008, ma non al Sud. E così la parte debole del Paese che da oltre cinquant’anni ci si propone di agganciare a quella forte con l’ambizioso obiettivo di farla crescere più della media nazionale torna per l’Italia a essere considerato un problema serio.
In verità il Mezzogiorno non ha mai smesso di essere visto e vissuto come un problema, per lo più noioso, nonostante la retorica – che non costa nulla – usata a piene mani per dire che da qui deve partire il riscatto del Paese, in queste regioni ci sono energia e occasioni per crescere, che l’Italia sarà quello che diventerà il suo Meridione. Retorica, appunto. Perché puntualmente, poi, non si è verificato quasi nulla di quanto è stato di volta in volta promesso, fatto intendere o intravedere.
Certo, quel po’ di classe dirigente che è restata a fare la guardia al bidone ci ha messo del suo a vanificare ogni sforzo di rilancio: reale o fittizio che sia stato. Scetticismo incapacità e negligenza, più ancora che cattiva coscienza, hanno provveduto a spazzare via qualsiasi tentativo di fornire strumenti e soluzioni. Il nemico il Mezzogiorno ce l’ha in casa prim’ancora che fuori. Ed è molto insidioso.
Il meccanismo che tiene legato e sottomesso un territorio tra i più suggestivi al mondo – con bellezze naturali, storiche e artistiche da fare invidia ai ricchi e ai potenti – è fatto di incompetenze, stupide rivalse, invidie grandi e piccole. Soprattutto queste ultime sono il cibo di cui si nutre una corte di mediocri che poco a poco, con metodo e pervasività, ha occupato tutto lo spazio possibile.
Bolliti come rane che non si accorgono dell’acqua che sale di temperatura, i meridionali si sono assuefatti a uno stile di vita molto di sotto dello standard che potrebbero permettersi grazie all’eredità che hanno ricevuto in gran parte dal Padreterno e in parte minore da uomini che hanno saputo dotare quel pezzo di paradiso di istituzioni e costruzioni che ancora oggi resistono alla rovina.
Soltanto chi non ha avuto esperienza diretta delle difficoltà che s’incontrano tutti i giorni, molte delle quali create ad arte, può meravigliarsi dell’assottigliamento del capitale fisico e umano al quale ci tocca di assistere. Gli investimenti latitano, le fabbriche chiudono, i giovani migliori se ne vanno. Cercare di fermare il declino e l’abbandono con belle parole e inviti alla responsabilità è del tutto velleitario.
Il che non vuol dire che non ci siano speranze – la speranza anche a Napoli o a Palermo è l’ultima a morire – ma per contrastare un fenomeno degradante così avanzato occorre mettere in campo forze almeno uguali e contrarie. E questo non accade. Mancano l’intensità e la continuità necessarie. Quando si arriva a fare un passo in avanti vuol dire che si è pronti a compierne due indietro. Soprattutto tra le nuove generazioni non si comprende il motivo per il quale sia importante resistere.
Quindi il Mezzogiorno d’Italia è tra gli argomenti più discussi e studiati in politica e in letteratura. È un malato cronico che non muore ma nemmeno guarisce. E che forse ha trovato un suo equilibrio di sottosviluppo al quale non intende rinunciare perché dovrebbe mettere prima di tutto in discussione se stesso: i suoi vizi, le sue debolezze. Nonostante le tante virtù che appaiono sempre più come eccezioni.