Reflection, l’orrore della guerra e una speranza di riscatto nello sguardo del regista ucraino Vasyanovych

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di Erika Basile

È possibile riannodare le fila di un’esistenza dopo aver vissuto l’orrore della guerra? Permettere alle emozioni di fluire, di nuovo, senza sentirsi schiacciati dai ricordi dolorosi?
Presentato in concorso alla 78esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, Reflection (Vidblysk) di Valentyn Vasyanovych è arrivato nelle sale il 17 marzo. Il regista mostra, con sguardo cupo e implacabile, le devastazioni psicologiche prodotte dal conflitto russo-ucraino cominciato nel 2014.
Un passo indietro nel tempo, una sorta di lungo flashback rispetto al suo precedente lungometraggio, premiato nella sezione Orizzonti della Biennale Cinema 2019, Atlantis. La cui storia, invece, è ambientata nel 2025, in una sorta di futuro distopico postbellico, in cui l’Ucraina orientale appare completamente devastata dal punto di vista umano, economico ed ecologico. Il protagonista, Serhiy (Andriy Rymaruk), è un ex soldato che soffre di stress post-traumatico. L’acciaieria in cui lavora chiude i battenti ed egli decide di partecipare alla missione “Black Tulip”, che si occupa di riesumare i cadaveri dalle fosse comuni e di identificarli. Il paesaggio è desolato, l’acqua è un bene prezioso. Mine antiuomo ovunque. E al confine si sta costruendo un muro. Insieme a lui c’è Katya, ex archeologa. Il film, che si apre con una scena di morte, si conclude con la nascita di un amore, facendo intravedere una speranza di riscatto.
“Atlantis è una versione molto realistica delle conseguenze di una guerra totale tra Ucraina e Russia. Il problema più grande del Donbass – spiega il regista – non è il degrado economico, ma il disastro ecologico”. L’acqua velenosa accumulata nelle miniere abbandonate, infatti, si riversa in pozzi e fiumi. “Tra qualche anno non ci sarà più acqua potabile in questa regione e le persone non potranno più viverci. Il Donbass si trasformerà in un deserto senza vita, come Chernobyl, ma di dimensioni molto più grandi”.
Le riprese del film sono state effettuate quasi interamente a Mariupol, tra gennaio e marzo 2019. Una città che vive attualmente i suoi giorni più tristi. Ciò che vediamo in Atlantis non è molto diverso dalle immagini che in queste settimane scorrono nei telegiornali. Finestre rotte, case distrutte, un pianoforte abbandonato, scarpe di bambini, il silenzio rotto dal rumore dei passi che calpestano oggetti: testimoni di una vita distrutta per sempre. Così come quel che resta di corpi straziati, descritti nei minimi dettagli. Corpi, ossa che diventano l’inventario di un mondo scomparso. Fotogrammi di una guerra. La messa in scena del regista ucraino è rigorosa. La camera resta fissa. Inchioda, senza via di scampo, alla realtà. Nessun elemento è aggiunto per accrescere il coinvolgimento emotivo di chi osserva. Le luci e la composizione fanno pensare alla “Zona” del capolavoro di Andrej Tarkovskij, Stalker (1979).
Uno stile riconoscibile anche in Reflection, in cui si resta senza fiato di fronte alla cruda drammaticità, al freddo distacco con il quale sono presentate scene di tortura di incredibile violenza. Come su un palcoscenico. Immagini speculari si susseguono nello svolgimento narrativo e nella rappresentazione visiva. Palline di vernice colorata contro un vetro trasparente, in un campo da paintball, si trasformano in proiettili che frantumano un parabrezza. Il tavolo operatorio diviene un letto di cemento, luogo di tortura. Un camion di “Aiuti umanitari della Federazione russa” è adibito a inceneritore di cadaveri. La vita di un singolo uomo diviene metafora della sofferenza di un popolo.
Vasyanovych, assegnando lo stesso nome al protagonista dei suoi due ultimi film, sembra voler marcare il fil rouge che lega Atlantis a Reflection. Nel loro complesso, le due pellicole forniscono un’ampia prospettiva sulla guerra vista da dentro. Anche attraverso simbolismi e accostamenti dissonanti, tra l’orrore e sprazzi di bellezza.
Siamo nel 2014, primo anno del conflitto, Serhiy (Roman Lutskyi) è un chirurgo. Vive la sua quotidianità di padre divorziato e di medico in un ospedale locale. Soffre il confronto con il compagno della sua ex moglie (Nadia Levchenko), Andriy (Andriy Rymaruk), che combatte in prima linea ed è considerato un eroe da sua figlia Polina. Nell’ennesimo gioco di specchi, il regista affida all’attore che interpreta Serhiy in Atlantis, il ruolo di Andriy, suo antagonista in Reflection, trasformandolo in una sorta di alter ego. L’incipit del racconto consente allo spettatore di conoscere le dinamiche familiari, offrendo uno spaccato di relativa normalità. Si assiste, in Serhiy, all’evoluzione del senso di colpa per non essere sul campo di battaglia, che lo induce ad arruolarsi. Fino a quando viene catturato dall’esercito russo. Imprigionato. Picchiato. Lentamente. Gli viene risparmiata la vita per le sue competenze mediche, ma è obbligato ad assistere mentre soldati ucraini vengono ferocemente torturati, compreso Andriy.  I campi lunghi e le inquadrature statiche, simmetriche, non consentono distrazione. In queste cornici, Vasyanovych inserisce dei quadri, alcuni dei quali ricordano dipinti, trasformando le scene in veri e propri tableaux vivents. D’improvviso, la camera si muove in modo brusco, fino a disorientare, creando una sensazione di disagio. Si resta bloccati dinnanzi alla sofferenza. Un dolore che si può guardare ma non si è in grado di lenire. Il calvario di Serhiy finisce quando, grazie a uno scambio di ostaggi, viene liberato. Dopo aver firmato, però, un accordo di riservatezza, che gli impedisce di divulgare informazioni sulle brutalità a cui ha assistito. Torna a casa. Nulla è cambiato, riconosce luoghi e persone. Ma non se stesso. La discesa nell’abisso ha lasciato cicatrici profonde. Le sue mani, le stesse che gli erano servite per salvare vite umane, hanno dispensato morte. Una morte misericordiosa. Le sue mani hanno posto fine alle atroci sofferenze di Andriy. Ed è uno dei segreti che dovrà custodire. Anche con i suoi affetti più cari. Un senso di impotenza e di sospensione aleggia in questa fase della narrazione, in cui il tono si fa più intimista e riflessivo. Solo, nel suo confortevole appartamento, il protagonista appare raggomitolato sul divano. Come nella cella, grigia e fredda.
Serhiy tenta di ridare forma al suo mondo, di trovare il nucleo intorno a cui rielaborare la sua esistenza. Polina, sua figlia, sarà quel centro. Come Katya in Atlantis. Vasyanovych, che oltre ad essere regista, si occupa anche della sceneggiatura, della fotografia e del montaggio dei suoi film, afferma di aver iniziato a lavorare a questa storia ispirato da un piccione che si è schiantato contro la finestra di casa sua “mentre volava ad alta velocità, lasciando un segno allo stesso tempo bello e orrendo. Mia figlia di dieci anni ha visto tutto: l’impronta precisa delle ali, la traccia di sangue lasciata dall’impatto della testa, le piume attaccate al vetro. Nei giorni successivi, eravamo turbati da quanto era successo. Le sue preoccupazioni, domande, attese di risurrezione miracolosa, la negazione dell’irreversibilità di questo evento e i tentativi di comprendere la morte dal punto di vista infantile mi hanno spinto a scrivere una storia sulla relazione tra un padre e una figlia addolorati per la morte di una persona amata”.
Rivela, inoltre, di aver scelto come consulente per costruire le scene di tortura, il giornalista ucraino Stanislav Aseev, arrestato l’11 maggio 2017 e torturato in una prigione chiamata “Isolamento”. Le sue memorie sono raccolte nel libro in lingua inglese In Isolation. Dispatches from occupied Donbass (2022). Nella prima parte, ci sono i reportage sulla cultura in tempo di guerra, sulla propaganda, sui cambiamenti in atto nelle città di Makiïvka e Donetsk nel periodo 2015-2017. Nella seconda, invece, descrive ciò che è avvenuto durante i due anni e mezzo di detenzione in un carcere segreto “un moderno campo di concentramento alla periferia di Donetsk, gestito da mercenari illegali e militanti locali con la tacita approvazione e il sostegno di Mosca”.
Condannato a 15 anni e rilasciato il 29 dicembre 2019, durante uno scambio di prigionieri, ha trascorso tre mesi in Repubblica Ceca in riabilitazione, e poi è tornato a Kiev.
Vasyanovych sottolinea che nel suo film ha deciso di mostrare solo una piccola parte di ciò che avviene nei territori occupati dell’Ucraina. “La guerra in Ucraina va avanti ormai da molti anni, ma nessuno aveva mai parlato di tortura. Penso che sia assurdo che in Europa queste torture disumane siano ancora in atto e siano quasi più atroci della guerra stessa”. La decisione di scegliere attori non professionisti è stata funzionale al tema affrontato. Chi non ha vissuto l’esperienza della guerra “non poteva trasmettere l’intera gamma di quelle emozioni di cui avevo bisogno. Soprattutto perché io stesso non ho esperienza traumatica. Pertanto, abbiamo condotto di proposito il casting tra i veterani di guerra. Andriy Rymaruk (Sergiy) trasuda tragedia e speranza. […] Il lavoro nel cinema è diventato persino una sorta di metodo per affrontare la propria sindrome post-traumatica”.
Il regista ucraino e il suo produttore Vladimir Yatsenko stanno attualmente documentando ciò che avviene a Kiev: “Sono molto più bravo a maneggiare una macchina fotografica che un’arma. Posso imparare cose, posso filmare, posso semplicemente guardare e comprendere – ha dichiarato in un’intervista all’agenzia Reuters – Scoprirò in seguito cosa si può fare di questo filmato, cosa si può creare da tutto ciò che sta accadendo qui. […] Quello che sta accadendo ora è la più grande battaglia della nostra storia e l’esistenza dell’Ucraina dipenderà dal risultato di questo confronto”.
Mentre la guerra si intensifica e il numero di vittime civili continua a crescere drammaticamente, sette cineasti ucraini, Valentyn Vasyanovych, Roman Bondarchuk, Nariman Aliev, Maryna Er Gorbach, Antonio Lukich, Alina Gorlova e la produttrice Darya Bassel hanno invitato la comunità cinematografica e televisiva internazionale a emettere sanzioni culturali contro la Russia. Vasyanovych ha lanciato un messaggio durissimo: “L’insidioso bombardamento di aree residenziali con civili, così come il ricatto di armi nucleari, è una manifestazione di rabbia impotente […] e della mancanza di possibilità di sconfiggere l’esercito e il popolo ucraino in uno scontro militare diretto. […] È necessario abbassare la cortina culturale di ferro attorno alla Russia. Fermare ogni collaborazione culturale con i rappresentanti di un Paese terrorista che minaccia di distruggere il mondo intero. Interrompere ogni comunicazione con i registi che continuano a vivere nel paradigma sovietico e a promuovere messaggi avvelenati dall’ideologia imperiale nel mondo civile”. Reazione comprensibile di chi assiste ogni giorno alla distruzione di territori, alle violente aggressioni su cittadini inermi, a una crisi umanitaria che sta spingendo milioni di persone ad abbandonare le proprie case.
Non bisogna dimenticare, però, che quasi 14.000 persone sono state arrestate per aver protestato contro l’invasione dell’Ucraina in 53 città della Russia, in Kazakistan e in Siberia, secondo l’organizzazione no-profit OVD-Info. Quindi non sono il popolo russo o la cultura più aperta ed elevata di quel Paese a dover essere isolati e sconfitti, ma chi lo dirige ed è complice di questo tragico avventurismo.
Usare i termini guerra, attacco o invasione è diventato un crimine, punito con multe e fino a 15 anni di carcere. L’opposizione politica è stata decimata negli ultimi anni ma il suo principale leader, Alexey Navalny, mentre sta scontando una lunga pena, ha esortato i russi a organizzare manifestazioni quotidiane per smascherare la propaganda mistificatrice messa in atto dal governo. Se è vero che la maggior parte dei russi riceve notizie manipolate attraverso i media statali, con il passare dei giorni la realtà sarà sempre più difficile da nascondere. L’inasprirsi del conflitto, con l’aumento delle vittime anche nell’esercito russo, svelerà presto che, al di là delle parole e di ogni bandiera, a restare sarà il dolore per le tante vite spezzate e lo strazio dei bambini inghiottiti dal buio della guerra. I bambini, vittime inconsapevoli, privati di ogni punto di riferimento, uccisi, mutilati, traumatizzati: sono ancora loro a pagare il prezzo più alto, come accade già in Yemen, in Siria, in Somalia, in Afghanistan e ovunque ci sia un conflitto.

(fotogramma tratto dal trailer ufficiale, sito www.mymovies.it)