Lo psicanalista napoletano Massimo Doriani: Il panico da Covid? Colpisce soprattutto i giovani

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Si cantava sui balconi “Ce la faremo”. Si confidava, sulla incipiente stagione estiva, che avrebbe mitigato la diffusione virale. La luce in fondo al tunnel non c’era, ce la siamo inventata. E adesso? A un anno di distanza, come stanno le cose?
Si cantava sui balconi “Ce la faremo”. Si confidava, sulla incipiente stagione estiva, che avrebbe mitigato la diffusione virale. La luce in fondo al tunnel non c’era, ce la siamo inventata. E adesso? A un anno di distanza, come stanno le cose?  Stanno che non vanno bene, come è evidente per tanti motivi. I burocrati europei che si fanno incartare dalle aziende produttrici di vaccini, nessuna delle quali è stata vincolata a penali in caso di mancata consegna delle dosi previste. Non va bene con il gioco a nascondino di Arzeteneca, che non si capisce più a chi va somministrato e a che età. Non va bene con la didattica in presenza, dopo tanti mesi di isolamento, parziale e precaria, con i trasporti pubblici che non sono stati affatto potenziati. I giovani sono quelli che pagano lo scotto più pesante. Perché sono quelli più penalizzati da mesi di restrizioni. Ne abbiamo parlato con Massimo Doriani, psicoanalista napoletano esperto di attacchi di panico, fondatore dello sportello di ascolto “SIAMO VICINI” NO PANIC, collegato al numero verde 800 913 880.

in foto Massimo Doriani

 

Cominciamo da qui… Come e perché è nato, e quando, il servizio?
E’ nato nelle primissime settimane del primo lockdown, quello di marzo 2020. Nasce ad opera di una quarantina di colleghi, terapeuti dell’ISIDAP di Napoli, l’istituto specializzato nel trattamento degli attacchi di panico facente parte dell’Accademia  IMAGO, che dirigo. In quaranta circa, quasi tutti campani, hanno accolto volontariamente l’invito a mettersi a disposizione, in sostanza, dell’intera comunità italiana e anche degli italiani all’estero attraverso l’apertura di uno sportello gratuito. Così in dodici mesi abbiamo raccolto più di mille chiamate provenienti da tutta la Penisola: da Trento a Pachino. E anche dal resto del mondo, ad esempio USA e Argentina. Abbiamo portato avanti il servizio, è bene sottolinearlo, senza un euro di contributo pubblico, con il solo sostengo di sponsor (Optima e DHL) che hanno creduto alla validità della nostra iniziativa.

Dal vostro osservatorio speciale, qual è la tendenza che avete rilevato?
Posso sicuramente affermare che le cose vanno piuttosto male. Le chiamate, originariamente suddivide tra paura del futuro e ansie da chiusura, parlavano di problemi relazionali, familiari di ansie paniche. Erano soprattutto persone adulte ed anziane a rivolgersi a noi. 

E oggi come è composta la platea dei vostri utenti così particolari?
Attualmente si è sensibilmente modificata. Le chiamate sono diminuite rispetto ai primi tempi, ma è cambiato il target. Oggi quasi tutti hanno da 40 in giù, quindi giovani e adolescenti che per lo più chiedono in modo specifico del covid. L’onda panica dello scorso anno, connessa al disagio quotidiano della sopravvivenza, è stata sostituita da paure legate al persistere del virus. Soprattutto i ragazzi hanno paura di questo spettro che si aggira per il mondo. E non sanno cosa fare. In particolare come poter incontrare amici e fidanzati, perché i genitori (giustamente) non li fanno uscire di casa.

Ci sono stati casi di ragazzi che hanno fatto esplicito riferimento alla volontà di arrivare a gesti estremi?
Si certo. L’esasperazione è la regola ormai. Un mio paziente diciannovenne che da un anno era uscito dal circuito della droga, mi ha affermato con determinazione in terapia che ora è difficile trovare cocaina in giro, ma se riuscisse a recuperarla la assumerebbe di corsa.

Come si spiega questo sviluppo dal punto di vista psicogenetico?
Direi che il problema è comprensibile, persino facilmente intuibile: L’energia dei ragazzi, immobilizzata da troppo tempo, prorompe. Ciò su cui invece si riflette poco sta nel fatto che questo prolungato arresto del quotidiano, non determina in loro solo un disaggio ma soprattutto un blocco. Un vero è proprio blocco della crescita. 

Ci vuole spiegare in che cosa consiste e come si manifesta questo blocco?
Be’ accade che bambini e ragazzi, essendo in età evolutiva, hanno una psiche che deve ancora completare il percorso che porta a termine il ciclo evolutivo di maturazione. Il Covie-19 sta togliendo loro gli istituti e le sedi dove farlo. 

Può entrare più nel dettaglio di questo aspetto?
Con il lockdown prolungato, ad esempio, si affievolisce il rapporto con il gruppo dei pari, che rafforza l’identità di sé consegnando l’adolescente ad agenti esterni alla famiglia dove, come un timido bagnante tocca con piede l’acqua per vedere se è fredda prima di tuffarsi, così egli inizia a fare esperienze un po’ alla volta, per poi tornare nel nido protetto della famiglia e semmai uscire di nuovo il giorno dopo a fare un tuffo più ardito. 

Se non ha le sedi dove sperimentarsi per tanti mesi, che cosa succede?
La crescita psichica subisce un blocco. Mentre intanto quella fisica v avanti. E così un quattordicenne si ritrova a sedici anni dinanzi al compito di ricoprire nuovi ruoli, ma senza averli sperimentati nel tempo trascorso. Come farà a “tuffarsi” nl mare sociale senza una psiche che abbia maturato esperienze adeguate? E così in bambino di 5 che si ritrova a sette anni senza aver visto e giocato con i suoi coetanei, come farà a metabolizzare ciò che non ha sperimentato? Come farà a strutturare ed interiorizzare quelle esperienze corporee e cognitive, indispensabili per il suo sviluppo, senza averle vissute? 

Insomma si troverà ad affrontare il mondo dei sette anni con la psiche dei 5…
Esatto. Inoltre bisogna tener conto del fatto che le famiglie, come del resto gli individui, sono sistemi aperti, che scambiano energia continuamente con l’ambiente esterno attraverso un meccanismo osmotico. Questo scambio di energia consente alle famiglie di mantenere un equilibrio dinamico, diciamo pure in omeostasi, anche al cospetto di situazioni complesse. Il lockdown ha alterato il funzionamento energetico delle famiglie, costringendole a diminuire di molto gli scambi di informazioni, energia ed emotività con l’ambiente esterno, irrigidendone in qualche modo i confini. 

E quindi qual è la conseguenza di tale situazione?
La nostra esperienza di sportello di ascolto ha evidenziato come tutte le situazioni familiari già tendenti ad una chiusura relazionale e ad atteggiamenti paranoici riguardo l’esterno, hanno registrato un netto peggioramento. Ma l’adolescenza è quella che paga il prezzo più altro, poiché è una fase di grande cambiamento nella quale i ragazzi, collegandosi tra loro nella rete dei pari, possono rafforzare la propria identità e sperimentare uno svincolo dalla famiglia. Questo processo lungo delicato e altalenante è stato in molte famiglie interrotto. costringendo i ragazzi a casa si è bloccato il loro ambivalente desiderio di rafforzare i legami con l’esterno e via via limitare l’influenza dei genitori sulle loro vite. 

Coloro che già rischiavano una difficoltà nella crescita e mostravano una tendenza alla chiusura relazionale, a quali conseguenze sono esposti?
All’aggravante di vivere e giustificare la chiusura come esito dovuto alla razionale necessità di difendere i familiari dalla malattia. Una quantità enorme di ragazzi mostra attacchi di panico, difficoltà ad uscire di casa, tendenze depressive e anche pensieri di suicidio… 

Un’altra caratteristica peculiare di questo periodo e’ l’enorme peso che ha preso nelle nostre vite il virtuale.
Ossia la possibilità di vedersi solamente attraverso le immagini di un telefonino o di un computer, lo sguardo sul viso proprio e dell’altro senza altra possibilità di contatto e comunicazione. Solamente con il passare del tempo potremo valutare pienamente gli effetti che la modalità comunicativa esclusivamente virtuale può generare sui ragazzi adolescenti, cioè la fase di identificazione di sé con un nuovo aspetto del proprio corpo e del proprio viso. 

Nella sua esperienza di psicoterapeuta deve aver assistito al moltiplicarsi delle relazioni online tra adolescenti. Non solo amicali e sentimentali, come assolutamente previsto e auspicabile, ma anche di tipo squisitamente sessuale. Non è così?
E’ una età in cui esplorare possibilità di incontro con l’altro. La possibilità di approcciare l’altro sesso solo in maniera virtuale crea un alto rischio di confusione. E’ una fase della vita nella quale l’immaginario ha un grande ruolo ed è grande la tendenza all’idealizzazione. Quindi le relazioni on line, caratterizzate dalla impossibilità di confrontarsi con la realtà , rischiano di esasperare tale tendenza. 

E qual può essere la conseguenza?
Il rischio, in pratica, è di costruire immagini idealizzate del corpo o di parti del corpo proprie o dell’altro. E aderire A una pretesa di perfezione che neghi l’incontro reale con l’altro, rendendo più forte il richiamo del virtuale che non la realtà. Il vantaggio, è evidente, è multiplo: non solo sono protetto dal virus, non trasgredisco le norme in merito all’evitamento del contagio, mi sento meno a rischio. E non sono costretto a mettermi realmente in gioco.

Il rischio di questa deriva?
Il mio corpo reale rischia di essere assimilato ad una brutta copia al cospetto di una immagine idealizzata. Così che tutta la realtà tutto quello che accade rischia di venire considerata niente altro che una brutta copia di ciò che dovrebbe essere o accadere. 

E qual è il rimedio?
L’arte. Come percorso piuttosto che come prodotto. L’arte che nella metodologia terapeutica derivante dallo psicodramma, legata all’utilizzo delle arti un attivare il fare, nel senso originario del termine. Un poiein connesso al creare prodotti tangibili. Una benefica reificazione dell’immaginario come alternativa alla sua alienazione.