Le scorribande di Carlino nel Vomero favoloso prima che fosse assassinato dalla speculazione

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In foto Calata San Francesco a Napoli

di Maria Carla Tartarone

Charles Baudelaire raccontando di “Un mangiatore d’oppio” riferiva il sofferto ricordo di se stesso bambino: raccontava la morte del padre e della sorellina ed altri tormenti della sua infanzia. Non avevo pensato che questi ricordi estranei, queste sofferenze, mi avrebbero spinto a scrivere dei miei fratellini.
A partire da Carlino che era un bambino di sei anni quando, nella seconda metà degli anni Quaranta, arrivammo a Napoli da Torino ed andammo ad abitare al Vomero in Via Aniello Falcone. La casa era arredata con mobili estranei e molti vetri erano rotti: requisita dagli amministratori politici del momento, fu data in uso a quella vedova di guerra con cinque bambini.
Ai bambini piaceva stare sdraiati al sole fuori al panciuto balcone, a guardare le automobili americane grandi, lucide e coloratissime che si vedevano arrivare veloci, fin dal bivio di Via Tasso.
Sotto casa bisognava stare attenti ad attraversare perché veloce e sferragliante, provocando tremori alla palazzina, passava anche il tram 28. Qualche metro più giù si snodava, dalla strada principale, il Viale, che tuttora scende a Villa Diaz e che mostrava, su terrazzamenti digradanti, ben curate coltivazioni di garofani. Proprio davanti al portone invece nasceva una stradina in salita non asfaltata, scoscesa e polverosa che portava, dopo qualche centinaio di metri, alla grande Corte della Villa Belvedere che si apriva verso il Vomero Vecchio, attraverso un secolare portone sempre aperto. Sul lato, opposto all’androne, che conduce verso il mare, si stendeva un bosco di lecci, con un viale centrale, negli anni cinquanta assai deprivato e deturpato per la costruzione di brutte, enormi case popolari che affacciano sulla stradina, finalmente asfaltata, oggi chiuso da un cancello il collegamento con la via Aniello Falcone.
Il viale alberato si concludeva in una vasta terrazza balaustrata, il tetto della Villa Belvedere. Nella grandiosa costruzione sette-ottocentesca altre terrazze più in basso, si spingevano come su un promontorio, su via Aniello Falcone, sul panorama e sul mare.
La Corte della Villa Belvedere è ancor oggi circondata da una cortina di costruzioni che furono coloniche, quali servizi di una grande villa di campagna. Agli inizi del lungo viale, di cui dicevo, in direzione della Villa, lungo il filare degli alberi, si apre un cancello, già allora una scorciatoia verso il principiare di Via Aniello Falcone.
Tornati alla grande corte, di fronte al grande portone d’ingresso, si apre la stradina del Vomero Vecchio, via Belvedere, che lasciava intravedere ogni tanto, tra le misere case una verde campagna coltivata, che circondava con alberi d’alto fusto una estesa Masseria. La stradina si divaricava in due rami: verso sinistra, dove si snoda tuttora una schiera di umili “bassi” , ma oggi soprattutto negozi, in direzione della Chiesa Santa Maria della Libera e di una Masseria (è pressappoco qui che inizia la Calata San Francesco, una lunga scalinata che tuttora scende verso Mergellina) di cui rimangono resti appena percepibili dell’aia in una vasta rivendita di piante e fiori. In quella direzione la stradina lasciava intravedere il verde dei campi curati, dopo un bosco di alberi giganteschi (oggi la ripida via Kagoshima), campi coltivati che coprivano la grande distesa, oggi diventata Via Cilea e più avanti Corso Europa, luoghi trasformati a metà degli anni Cinquanta. Più avanti sulla stradina era la bella Villa Winspeare, che ancora oggi affaccia sul panorama di Via Aniello Falcone, e poi la stradina in salita si allacciava alla via Tasso, al cui culmine tuttora sorge Villa Spera, proseguendo verso il Villaggio di Villanova (oggi l’ultima parte di via Orazio) dove era la casa dei cuginetti.

In foto i giardini di Villa Belvedere al Vomero

Invece, usciti dalla Corte Belvedere, a destra, la stradina del Vomero Vecchio, via Belvedere, allargandosi conduce verso il Vomero della borghesia, delle palazzine liberty, incontrando la parte iniziale di via Aniello Falcone, il suo nascere, da cui si dipartono, verso nord Via Cimarosa, con la meravigliosa Villa Floridiana, e più a nord la Funicolare di Chiaia e poco più su la Funicolare Centrale che conduce giù in Via Toledo; in via Cimarosa, dopo una rampa di scale nei pressi di Villa Haas si raggiunge via Morghen che arriva alla Funicolare di Montesanto.
Tornando al grande portone di Villa Belvedere, a destra, alla fine dell’antica stradina, incontriamo il moderno ponte che allaccia la nuova Via Cilea, costruita sugli antichi campi coltivati, all’antica Via Scarlatti che, dopo una lunga amena strada in salita, giunge a Piazza Vanvitelli e proseguendo con due rampe di scalinate, che tagliano le curve di Via Morghen, raggiunge la Funicolare di Montesanto. Proseguendo ancora più su, con comode o erte strade abbrevianti, si raggiunge infine l’antico Castel Sant’Elmo ed il Monastero di San Martino che visibili fin dal mare adornano il panorama della città.
Carlino percorreva, a giorni alterni nella settimana, per andare dai nonni, una buona parte del disegno urbanistico ortogonale del Vomero, nelle sue strade via Cimarosa e via Scarlatti parallele, intersecate da via Merliani e via Morghen che con via Bernini formano la Piazza Vanvitelli e poi le due scalinate che portano, la prima alla Chiesa dei Salesiani e la seconda alla Funicolare di Montesanto, all’incrocio di via Morghen con via Pirro Ligorio, dov’era la casa dei nonni, arrivando all’incirca all’altezza del Castel Sant’Elmo.
Tornando alla casa di Carlino su Via Aniello Falcone, volendo raggiungere il centro del Vomero, percorrendo brevemente la strada a sinistra si incontrava il Ristorante D’Angelo, nella sua anomala architettura: una baita alpina in legno, suggestiva, un sito piacevole e panoramico della famiglia Attolini. Incendiata la costruzione nel 1959, fu ricostruita in muratura e architettura moderna con un piacevole giardino ed il solito splendido panorama. Quasi di fronte si incontra una prima scalinata, che porta alla Chiesa di San Francesco, e una seconda scalinata, che, attraversata la Via Aniello Falcone conduce a Via Luca Giordano. Siamo quasi al Centro, la parte del Vomero più frequentata all’arrivo a Napoli da Torino, dal piccolo Carlino.
Uscito di casa, spesso Carlino risaliva la Via Aniello Falcone ed imboccava le due scalinate che portavano verso il centro, conducendo all’inizio di Via Luca Giordano, ancor oggi una strada alberata.
In autunno poteva stropicciare sotto i piedi le foglie secche sentendone divertito il fruscìo. Giunto in via Luca Giordano, Il bambino era attratto da alcune curiosità: poteva fermarsi ad un eventuale raggruppamento di persone, sulla sinistra, avanti alla Villa dei Tre Pini, quasi all’angolo con via Cimarosa, dal bel giardino lievemente in salita, chiuso da una cancellata, ove si svolgevano feste, spettacoli, balli o matrimoni, oggi sostituita da un decoroso grande edificio ad angolo.
Ma Carlino, crescendo, nei periodi di vacanza dal Convitto, da Spoleto a Napoli, cominciò a spingersi anche verso la zona di Antignano, l’altra metà del Vomero, a nord-est. Sapeva che in quei luoghi c’era la vecchia casa campestre del nonno materno, con stalle e poco verde e le strade che conducevano verso l’alto, ai Camaldolilli, dove anche tra le rocce di tufo, v’erano estensioni verdi, agrumeti sparsi, negli anni cinquanta e sessanta riempiti di costruzioni attorno al campo sportivo, lo Stadio Collana, con le riedificazioni del dopoguerra.
Le strade oggi proseguono verso i Camaldoli immersi nel verde, ove sorgono l’Ospedale Caldarelli e l’Ospedale Monaldi già costruito come sanatorio al principio del Novecento. Quelle passeggiate in luoghi recentemente mutati dalle gigantesche case popolari, in un tempo ridente del Settecento, erano percorse a cavallo, dai viaggiatori stranieri, come Stendhal che vi completavano il “grand tour” necessario alla cultura dei giovani delle nobili famiglie europee. In quella direzione del Vomero ancora campagna, il bambino era attratto nelle sue scorribande ad Antignano e alla Chiesa di San Gennaro, dove si svolgevano le feste religiose più attraenti.
Ma certamente Carlino, dopo la seconda scalinata da via Aniello Falcone verso il centro, si fermava, sul marciapiede destro, dinanzi al minuscolo banchetto, una valigetta, di Don Liquore, un anziano signore in giacca che vendeva caramelle e sigarette, che raccontava a Carlino dei giorni della guerra d’Africa da lui vissuti in cambio dei sofferti ricordi del bambino intorno alla sua permanenza a Dorio sul lago di Como prima della morte del suo papà, regalandogli talvolta una caramella. Su queste strade passeggiava o piuttosto correva Carlino, verso le abitazioni dei nonni o delle zie, su in Via Pirro Ligorio che si apre davanti alla Funicolare di Montesanto.
Per andare a scuola, un paio d’anni che vi andò prima di raggiungere, suo malgrado, il Convitto Nazionale di Spoleto, da Via Luca Giordano, proseguiva verso il cinema Diana tappa interessante perché trovava esposte numerose immagini fotografiche dei films in programmazione. Svoltava poi su Via Scarlatti, anch’essa alberata, dove a metà strada ci si immetteva nell’entrata laterale, un vialetto fiorito di gelsomini, verso la Villa dei Ceva Grimaldi, proprietà che si espandeva dall’inizio di via Merliani fino ad Antignano, diventata la Scuola Elementare Domenico Morelli. Ai bambini piaceva quella bianca costruzione di origine sette-ottocentesca, da cui ampie scalinate dalle linee morbide portavano al giardino chiuso da un’alta cancellata bianco-grigia, distesa lungo tutto il tratto di via Merliani, con al centro il cancello d’entrata, chissà da quanto tempo non più aperto. Questo luogo costituiva la parallela all’Istituto Maria Ausiliatrice di via Alvino, anch’essa proprietà Ceva Grimaldi. Oggi quella villa ed i suoi spazi ameni sono occupati da enormi caseggiati costruiti negli anni cinquanta-sessanta.
Per andare dai nonni, quando la mamma lo stimolava ad andare, Carlino raggiungeva per prima Via Luca Giordano, svoltava per Via Cimarosa, su cui incontrava la Villa Floridiana nella quale i bambini non accompagnati non potevano entrare, proseguiva su verso la Funicolare di Chiaia di fronte alla quale si apre ancor oggi Via Bernini e accanto si scende verso la Villa La Santarella, che ha dato il nome ad una strada amena, ricca di eleganti palazzine, ville e giardini. Più a nord sempre su Via Cimarosa, all’altezza della Villa Haas, quasi davanti alla Funicolare Centrale, che porta, giù a Napoli, al centro di Via Toledo, spesso con grande sua gioia, Carlino vi trovava in azione un teatrino di Pulcinella che gli faceva perder tempo per il pranzo, con conseguenti sgridate della nonna. Dopo, di corsa saliva la scalinata accanto alla Funicolare (di fronte alla quale sorgeva una Clinica che lo ospitò per un brutto incidente), che lo conduceva a Via Morghen e poi proprio all’altezza della Funicolare di Montesanto , che scende a Montesanto, nei pressi di Piazza Carità, nella svolta imboccava un’amena strada, Via Ligorio Pirro, che si apriva sulla destra con una palazzina a tre piani, il piano terra circondato da un bel giardino. Proseguendo lungo la breve Via Ligorio Pirro, sulla destra si apriva il vasto giardino pensile di fine ottocento del palazzo della nonna, oggi il giardino è sostituito da due palazzi, e, in fondo alla strada, si scorgeva la Villa Fimiani nascosta dagli alberi. In salita si sarebbe arrivati rapidamente al Castel Sant’Elmo ed alla Certosa di San Martino
Vi era già nella strada, accanto alla Funicolare, un elegante palazzo dei primi del Novecento che non ha nulla a che fare con le volgari costruzioni anni sessanta che hanno sostituito i bei giardini della palazzina d’angolo fronteggiante la Funicolare, e il giardino del palazzo della nonna.
Ma spesso Carlino uscito di casa, per andare dai nonni percorreva un’altra strada: risaliva l’antica scoscesa stradina sulla destra, e uscito dallo spiazzo del Belvedere sul Vomero Vecchio, trovava il negozio di coloniali di Don Mimì dove comprava, quando aveva qualche soldo, qualcosa di buono: don Mimì vendeva piccoli torroncini ed anche un bel dolce, il castagnaccio, che si poteva comprare a fettine. Di là proseguiva ancora per via Belvedere sulla destra, fino a raggiungere via Scarlatti interamente percorsa, per poi proseguire verso le scalinate dopo Piazza Vanvitelli. Una volta giunto dai nonni, veniva accolto scherzosamente dal nonno a dal suo cane lupo, mentre la nonna gli faceva notare il ritardo per l’ora del pranzo.
Di solito, dopo la scuola, nel pomeriggio, col bel tempo, cominciavano le richieste lamentose di Carlino: con la sorellina più grande volevano andare, attraversata la strada, a giocare “giù al Viale”, di fronte, quello dove poi fu costruito il Ristorante Le Arcate, con altri bambini, Antonio e Anna Maria, che vi abitavano in una casa unifamiliare di fronte all’ampia coltivazione di fiori di garofani della loro famiglia che si estendeva, a scalare, più in basso. Era una gran gioia, raramente concessa, poter andare a giocare con quei bambini, inventando giochi, sempre di corsa fino al tramonto tutti allegri e in calzoncini corti, mentre poco si attardavano con loro i più grandi, in calzoni alla zuava, , che abitavano in fondo al viale, nell’ampio cortile antistante la storica Villa Diaz (o Presenzano) dono prescelto dal Generale Armando Diaz rispetto alla villa di Posillipo, ricevuta dallo Stato per le sue vittorie.
Dal Viale, come dalla loro casa, si godeva di un panorama stupendo, in fondo Capri distesa sul mare, che incantava anche i bambini dal balcone dove spesso verso il tramonto, attratta dagli struggenti colori, la sorellina più grande cercava di cogliere in sommari disegni, con i pochi pastelli in suo possesso, i luoghi e i colori del tramonto che le piacevano tanto. Era una sofferenza vedere il tramonto su Capri in lontananza e cercare di cogliere quei colori dell’imbrunire.
Spesso Carlino poteva andare dalla zia Lina, che abitava più a sud, su via Aniello Falcone, nel secondo tornante del Parco Lamaro un agglomerato di palazzine, costruzioni di poco precedenti la guerra, ben tenute, site lungo la strada del parco, in sinuose curve in salita tra i giardinetti. Per arrivarvi da casa bisognava percorrere in discesa un breve tratto di via Aniello Falcone, atraversando la Calata San Francesco, iniziata molto più su, in via Belvedere. Si passava di poi davanti ad un Palazzo con le colonne sulla facciata e ad alcune ville, la prima veniva detta “la villa degli spiriti”, oggi sostituita da un dignitoso palazzo. Più avanti un’altra villa recintata, dai cui cespugli sporgenti sull’alto muretto del giardino si potevano raccogliere alcuni fiori da portare alla zia; più giù si incontrava il cancello di Villa Tucci da cui si intravedeva l’ampio giardino all’italiana in salita. Ed ecco arrivato Carlino, allo snodo del Parco Lamaro, abbreviato da tratti di scale, alla casa accogliente sua meta. In questa zona, lungo la strada, oggi alcuni baretti, molto frequentati, hanno modificato la tranquillità dei luoghi.
Carlino si tratteneva a pranzo con la zia che gli preparava leccornie e gli chiedeva tante cose dei fratellini e della mamma, sua sorella; gli faceva raccomandazioni per lo studio e gli lasciava sfogliare i suoi bei libri d’arte con immagini che lo colpivano: ha sempre ricordato un dipinto di Bruegel per lo smagliante bianco di una cuffia ad alette di donna, in un mercato. Con la sorellina aveva conosciuto vari bambini, alcuni abitavano a Villa Tucci, che aveva un’entrata anche in alto nel parco, una piscina e il giardino degradante verso la via A. Falcone, giardino oggi in parte occupato da costruzioni.
Dopo il Parco Lamaro un poco più a sud si apriva una strada di campagna in salita, subito aperta a un bosco che si spandeva ad est e ad ovest, che si apriva alle Masserie del Vomero Vecchio, ricco di grandi alberi, proprio dove è oggi la zona su Via Kagoshima che porta in alto, verso la vasta ricca campagna che è oggi diventata Via Cilea, con le sue diramazioni, dove sorgeva la Masseria di cui, come si è detto, si conserva in parte lo spazio dell’aia.
Dopo il Parco Lamaro, più avanti sulla via Aniello Falcone, fino al bivio di Via Tasso, c’erano poche costruzioni: un palazzo a cortina che seguiva un’ ansa della strada e due ville con bei girdini folti di alberi, che ancora resistono: la Villa Maria e la Villa Leonetti. Più oltre del bivio Carlino non andava mai.
Nel ritornare dal Parco Lamaro, attraversata la strada, camminava guardando verso il mare il panorama, per un paio di tornanti; raggiungeva i giardinetti, la scalinata della Calata San Francesco che scendeva, oltre il Palazzo con le colonne, nel punto in cui si scendeva anche alla terra dei Pastore, coltivatori, per proseguire verso il mare di Mergellina. All’incrocio c’era il Tabaccaio e poi Carlino arrivava alla sua palazzina oggi ancora intatta, stando attento al tram nell’attraversare. Ed eccolo a casa