Sgarbi: Arte prigioniera dei burocrati Piazza della Nutella? Ho risolto tutto io

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“Quella piazza l’ho liberata io”. Dietro il via libera all’utilizzo di piazza del Plebiscito per la festa della Nutella imposto dal ministro dei

“Quella piazza l’ho liberata io”. Dietro il via libera all’utilizzo di piazza del Plebiscito per la festa della Nutella imposto dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini al soprintendente ai Beni architettonici di Napoli Giorgio Cozzolino, passato alle cronache come “signor no”, c’è lo zampino di Vittorio Sgarbi. E non certo per una particolare simpatia né per la Nutella né tanto meno per quello “sciagurato” di Luigi de Magistris. “È che non si può chiudere una piazza per preservarne la bellezza e il valore. Per paura delle proprie responsabilità accade che chi gestisce il nostro patrimonio decida di non fare nulla per non sbagliare mai”.
Ma in che modo ha risolto la querelle tra il sindaco e il soprintendente?
Appena mi hanno informato di quel che stava accadendo ho chiamato Franceschini e gli ho spiegato che si trattava di una situazione assurda. Gli ho suggerito di revocare immediatamente il veto della Soprintendenza perché sbarrare la piazza per il timore che potesse succedere qualcosa è un non senso. Al limite, per una questione di semplice ragionevolezza, si può prevedere una limitazione degli accessi ma non la chiusura della piazza.
Esattamente quel che poi è stato fatto.
Infatti, l’ho scoperto leggendo i giornali il giorno successivo. Sono stato l’artefice involontario della risoluzione dello scazzo tra la soprintendenza e il sindaco di Napoli. Per una volta che de Magistris ha avuto ragione mi ha fatto persino piacere dargli una mano.
Il caso Cozzolino è secondo lei emblematico della gestione un po’ antiquaria, iperconservativa, del patrimonio artistico?
Non lo so. Quel che è certo è che spesso ci si impunta senza ragione. Comprendo la funzione di deterrenza che debbono svolgere le soprintendenze ma in questo modo si finisce col danneggiare quel che invece dovrebbe essere valorizzato.
Il tesoro d’Italia, per citare il titolo del suo ultimo libro, meriterebbe tesorieri di altro tenore?
Non è solo un problema di incapacità, spesso è semplicemente una questione di pigrizia. Mi sa dire perché se uno ha in casa un Van Gogh o un Picasso tutti riconoscono che ha un patrimonio e noi che in mezzo a un patrimonio ci viviamo non sappiamo rendercene conto? Manca l’educazione al bello ma senz’altro è deficitaria anche la politica del bello.
Ed eccoci all’inevitabile polemica sulla possibilità di affidare la gestione di questo tesoro ai privati. È successo al Colosseo, potrebbe accadere anche a Pompei?
Me lo auguro. Tutti parlano di mecenatismo ma quando lo fanno dimenticano che all’epoca i mecenati non erano imbrigliati dalla burocrazia come lo sono oggi. Della Valle ha incontrato difficoltà per dare 25 milioni di euro, ma scherziamo? Lo scandalo è che ci si scandalizzi che un imprenditore finanzi il restauro di un’opera e poi metta fuori il proprio nome. Al Metropolitan di New York non è così mentre qui si equivoca.
Ovvero?
Il ruolo dei privati è visto come un modo per fare affari e dunque come una cosa negativa. Una follia! Che problema c’è se sull’impalcatura viene messo il nome di Della Valle? Che problema ci sarebbe se sui lavori di restauro delle domus pompeiane mettiamo il nome di qualche altra azienda?
A Ercolano il magnate americano David W. Packard ha investito 16 milioni di euro in dieci anni per il restauro di alcune aree del sito. Si può fare anche in Italia, no?
Sì, ma si tratta di una goccia nel deserto. Manca una strategia. Uno arriva a Ercolano, e poi mancano infrastrutture, non ci sono realis, hotel, anche il turista più volenteroso è invitato ad andarsene dopo qualche ora. Siamo di fronte a un costante e scientifico depauperamento del nostro patrimonio più grande.
Cristian Fuschetto