Debito pubblico, non prendetevela con i Comuni. Napoli, Asmel presenta la ricerca della Cgia

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In foto Carlo Cottarelli (secondo da sinistra) e Luigi de Magistris (primo da destra) con Francesco Pinto (terzo da destra) al Forum Asmel

“L’Italia è il paese dei Comuni che rappresentano una grande risorsa e che invece sono stati sempre i più penalizzati dalle politiche dei governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni, nonostante siano invece gli unici non responsabili del debito pubblico come dimostrano i dati presentati oggi da Asmel”. Così il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha commentato lo studio della Cgia di Mestre su “La finanza locale”, commissionato da Asmel, l’Associazione per la modernizzazione e la sussidiarietà negli enti locali con oltre 2800 Comuni soci in tutt’Italia, che sfata molti luoghi comuni sui conti pubblici italiani ed è stato presentato stamane a Napoli nel corso del Forum Asmel sul valore delle autonomie comunali.
In Italia i Comuni incidono solo per l’1,6% sul debito pubblico che per il 96,3% dipende dalle spese delle Amministrazioni centrali. Nel nostro Paese c’è un gap di 533 euro tra spesa pro capite nei grandi comuni, con oltre 100 mila abitanti, e quella degli Enti sotto questa soglia demografica. Sono questi alcuni dei dati principali della ricerca della Cgia di Mestre. “Dati che dimostrano quello che potrebbe essere il valore delle autonomie comunali – ha spiegato de Magistris – sempre che siano autonomie reali e non quelle che ci vogliono propinare con l’autonomia differenziata con le Regioni che avrebbero i Comuni sempre al guinzaglio”. Positivi per Napoli anche i dati sulla spesa pro capite nelle grandi città elaborati dall’Ufficio Studi di Asmel (fonte Siope). Rispetto alla media nazionale di 1287 euro registrata dalla Cgi di Mestre nei Comuni con oltre 100mila abitanti a Napoli la spesa pro capite si ferma (dati aggiornati al 2018) a 1119 euro. Decisamente più contenuta, così come quella di Torino (1283 euro) rispetto alle spese pro capite di Roma (1411 euro) e soprattutto di Milano (2746).
Dalla ricerca della Cgia di Mestre, commissionata da Asmel, analizzando la composizione del debito pubblico per comparti, emerge che esso è imputabile per il 96,3% alle Amministrazioni centrali – in crescita rispetto al 93,8% del 2010 – e solo per il restante 3,7% a quelle periferiche. Tra esse, i Comuni incidono soltanto per l’1,6%, un dato, per altro, in diminuzione rispetto al 2,6% del 2010. Eppure, proprio sul comparto dei Comuni si sono abbattute più incisivamente le politiche di spending review, con tagli ai trasferimenti, a partire dal 2010, pari a 8,4 miliardi all’anno. Rispetto ai 16 miliardi annui trasferiti a quella data, emerge, dunque una riduzione del 53%, nonostante la quale, i Comuni italiani hanno sensibilmente ridotto il proprio debito, sceso del 38% in un lasso temporale (2010-2018) in cui è, invece, cresciuto del 25,4% quello nazionale.
 

In foto gli oltre trecento sindaci giunti da tutta Italia per partecipare al Forum degli Enti Locali Asmel

Più piccoli e più virtuosi nelle spese
Con i dati della Cgia di Mestre viene ridimensionata anche la diffusa convinzione di possibili risparmi da economie di scala, azzerando i Comuni più piccoli come si è tentato di imporre per anni con norme sull’accorpamento coatto cui l’Associazione si è tenacemente opposta fino alla recente vittoria in Corte Costituzionale, che ha accolto il ricorso Asmel. Emerge, infatti, che, nei Comuni sotto i 5mila abitanti, la spesa per abitante è di 859 euro. Meno della media nazionale e molto meno dei 1287 euro che si registrano sopra i 100.000 abitanti, dove emergono le maggiori spese, con 533 euro pro capite in più rispetto ai Comuni al di sotto di questa soglia demografica. Nei Comuni con oltre 100.000 abitanti vivono 14 milioni di abitanti, e si generano, quindi, aggravi di costo per 7,5 miliardi di euro all’anno. Per non parlare dell’impiego nei grandi Comuni di 8,4 unità di personale ogni mille abitanti, contro la media di 5 unità negli altri.
“Questi dati rappresentano una ulteriore conferma di quanto sosteniamo da anni – ha evidenziato Francesco Pinto, segretario generale Asmel – e cioè che i piccoli Comuni sono virtuosi perché attaccati alle proprie radici ed identità. Quelli sotto i 5mila abitanti, ove vive il 16,5% degli italiani, controllano il 54% del territorio e vanno perciò tutelati ed assistiti.Per tagliare gli sprechi, invece di accorpare i piccoli, bisogna imporre ai grandi un reale trasferimento di risorse e personale nelle circoscrizioni municipali. È la vicinanza dei cittadini ai centri di spesa che rende i piccoli Comuni virtuosi e vitali”.
 
Sprechi nei grandi Comuni e le imposizioni del modello Consip: le accuse dell’Anac

Ci sono poi alcuni settori di spesa con dati quanto mai significativi. Per la raccolta dei rifiuti nei Comuni oltre i 100 mila abitanti, la spesa pro capite è più del doppio, 236 euro, di quella degli altri Comuni che, con una spesa di soli 103 euro, raggiungono percentuali di raccolta differenziata incomparabilmente superiori.  
Ancora più marcata la differenza tra la spesa per acquisti di beni e servizi: 742 euro pro capite nei grandi Comuni, a fronte dei 398 euro spesi negli altri. “Proprio quest’ultimo dato è una evidente riprova degli aggravi di costo che denunciamo da sempre – ha spiegato Pinto – imposti da vincoli sugli acquisti centralizzati, modello Consip, difficilmente eludibili nei grandi Enti. E’ la stessa ANAC, nei risultati di un’indagine condotta sugli Enti che avevano eluso gli obblighi derivanti dalla selva inestricabile di norme pro Consip, a definire abili e virtuosi i Comuni che avevano ottenuto condizioni e prezzi migliori, violando la legge”.