Giuseppe La Salandra e le “leggi della poesia”

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L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte, in Italia e all’estero, avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

Di Azzurra Immediato

Ogni cosa del creato è regolato da leggi di varia natura, a noi umani più o meno comprensibili e più o meno note; pur tuttavia, ciò che traspare dai miliardi di anni che reca con sé l’Universo che abitiamo è che, le regole, servono non ad ingabbiare quanto, semmai, a indicare le strade di una libertà infinita, che si muove, da sempre, secondo i prodromi di una incommensurabile meraviglia. E, sul suolo del nostro vivere, l’umanità ha dettato a sé stessa delle leggi che potessero perimetrare, secondo una geometria emotiva e variabile, le molteplici dinamiche di un modus vivendi in grado di sostenere la collettività. In fondo, è solo dinanzi alle leggi che dovremmo essere tutti uguali, o no? Esiste una altra dimensione che è in grado, invece, di renderci certamente migliori ed è quella legata alla cultura. Per L’Occhio di Leone ci si interroga su quelle che, in un innesto inusuale, devono essere le ‘leggi della poesia’, non già e non solo legate alla metrica e alla composizione, ma a quelle dettate dallo spirito di un Avvocato e Giudice di Giudice di Pace lucano e in parte d’adozione sannita, Giuseppe La Salandra, il quale, nel suo poco tempo libero ha scelto di ragionare anche per versi, secondo uno sguardo che attraversa il suo vivere e che, prima della pandemia s’era già tradotto in un primo volume, ‘Potevamo nascere muti’. È così che Giuseppe La Salandra, racconta la sua opera: ‘Una raccolta di poesie, divisa in tre momenti, con tema dominante il silenzio (potevamo nascere muti). I piccoli momenti di gioia (il fiore solitario) e quelli del dolore preziosi anche quelli (le pietre dure). L’amore (le mie e le tue lune), la vita.’ L’autore si interroga sul valore del silenzio quale distillato di vita, essenza della sublimazione del pensiero unito alla parola e registrato, sillaba dopo sillaba, con ragguardevole attenzione. Al lettore viene indicato, difatti, con sottile garbo confidenziale, il giorno e l’ora di composizione, di intuizione emozionale in cui la riflessione ha gemmato lo scorrere delle parole dagli anni ’80 agli anni 2000, srotolando un fil rouge che si chiede ‘se di silenzio doveva essere il nostro altrove’. Sfogliando le pagine, scorrendo le composizioni, in alcune parole si riconoscono istanti ed in altri si immagina la suggestione epifanica di un intreccio profondo che l’autore ben cela dietro la sua pacata simpatia, la sua presenza mai invadente e la sua passione colta per il teatro, elementi influenzati dal dettato del vivere. Dagli anni in cui si comprende che crescere costa fatica, ai momenti in cui i sentimenti svolgono un ruolo primario nei processi del quotidiano, durante cui si trasformano e ci trasformano, originando spesso i grandi cambiamenti personali, ecco che il tempo, nel suo avanzare, è poi stato testimone di quanto La Salandra ha raccolto e ricostruito in questo suo taccuino intimo, in cui è facile il confronto con le raccolte di grandi maestri della letteratura e non per mera eco quanto, piuttosto, per quella capacità che ha l’uomo di dialogare con sé stesso, in modo puro ed onesto, attraverso il medium della scrittura. Resta, tuttavia, il silenzio, al centro della scena umana… Io vorrei parlarti del mio viaggio solitario / Io vorrei parlarti del mio viaggio / Io vorrei parlarti / Io vorrei. Io / (Di tutte le mie tempeste / Non c’è uno schizzo / Chiuse me le porto / Per me e nessun altro sa / Tanto che neanche io più so / Di queste crepe) / (20.2-2/16.3.2008) Oggi anche noi sappiamo qualcosa in più, non della vita dell’autore per morbosa curiosità, bensì, tramite il suo racconto, qualcosa di noi. Le sue parole, i suoi versi, che hanno vinto una ritrosia d’indole antica, risvegliano, hic et nunc, il dialogo profondo e sincero con i nostri abissi, le nostre debolezze ed i nostri timori; lasciano affiorare un’ironia nuova con cui guardare il mondo là fuori e anche con cui osservare il passare dei giorni nell’immagine che ci restituisce lo specchio. Di nuove attese sembravano cibarsi le parole delle poesie di Giuseppe La Salandra e di nuove speranze sembriamo necessitare noi tutti, poiché in due anni abbiamo conosciuto meglio un mondo che non sapevamo esistesse e nella solitudine del frastuono silente per paradosso, oggi impariamo che le ‘leggi della poesia’ sono quelle che regolano i nostri animi. Potevamo nascere muti (Se di silenzio doveva essere il nostro altrove) è, di fatto, un’ode alla natura ossimorica della vita e come tale, ci si augura torni presto a comparire in foggia di altri nuovi versi e racconti, in nuovi diari intimi di viaggi interpersonali e nuovi codici della memoria.