Le parole che nascono dal silenzio

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di Giuseppe Tranchese

Stiamo vivendo un’epoca in cui l’uso scriteriato ed abusivo della parola incide negativamente, con i suoi poteri, sull’intera esistenza.
Con la sola parola si possono ottenere risultati proprio come con ogni altro mezzo materiale: si può costruire o distruggere, si può unire o dividere, si può ristabilire la pace o scatenare la guerra, si può guarire o dare la morte.
Siamo proprio sicuri che l’uso (ab-uso) della parola sia la modalità comunicativa più evoluta e finalizzata presente in Natura?
In tutti i regni, minerale, vegetale, animale, dal microscopico al macroscopico, esiste un linguaggio. Tutto è sorretto da un passaggio di informazioni ed ogni relazione si basa sulla capacità di adattarsi ad esse. Le piante, ad esempio, per esprimere se stesse, dispongono di diverse forme di linguaggio a seconda di quali siano i loro interlocutori e di che cosa vogliano trasferire. Con gli impollinatori comunicano tramite odori, colori o suoni impercettibili, al fine di catturare la loro attenzione. Così se da un lato seducono una particolare specie di farfalla con un profumo inebriante, dall’altro attraggono gli uccelli tramite tonalità vivaci; si rivolgono alle api con gli ultravioletti, dal momento che esse hanno la capacità di rilevare questa frequenza; oppure inviano ai pipistrelli dei segnali eco acustici destinati in modo specifico al loro sistema radar.
Le piante impiegano per lo più molecole volatili per affidare i propri messaggi all’aria aperta e segnali chimici per trasmetterli sottoterra attraverso le radici che diventano dei veri e propri ricetrasmettitori biologici.
In modalità diverse, ma non meno efficaci, nel mondo animale si mettono in atto le più svariate e “semplicemente complesse” forme di comunicazione, atte a trovare un partner, a sollecitare le cure parentali, a confrontarsi con potenziali concorrenti, a concertarsi con collaboratori, a far funzionare un gruppo sociale. Il tutto non per pura istintualità ma per un principio di diversità cognitiva e di pluralità intellettiva che le neuroscienze e l’etologia, in parte, cominciano a comprendere e divulgare. Basti pensare alle comunicazioni non verbali messe in atto per il corteggiamento animale, ai vocalizzi sonori nei pesci teleostei, ai networks molecolari ed organizzativi nelle società delle formiche, alle “voci dello sguardo” dei gatti, alle percezioni odorifiche delle emozioni di tanti mammiferi, e a molte altre forme di relazioni che cercheremo di approfondire dettagliatamente nei prossimi lavori.
Tutte queste forme comunicative sono accomunate da una caratteristica: nascono dal silenzio e si trasmettono attraverso campi informazionali elettromagnetici sonori e luminosi.
Il silenzio, che talvolta collochiamo nella sfera dell’arresto di ogni movimento fisico o della morte, non è solo assenza di rumore ma un linguaggio vivo, vibrante, una voce che, sempre più spesso, ci sforziamo di non udire per lasciare spazio al rumore. Quest’ultimo è, a suo modo, un’espressione della vita nei suoi gradi inferiori: esso rivela un’imperfezione, un’anomalia nella costruzione o nel funzionamento, tanto negli oggetti quanto negli esseri. Il silenzio, invece, è il risultato del perfetto funzionamento, anche degli organi: nessun cigolio, tutto funziona perfettamente come una macchina dagli ingranaggi ben oleati. Così il silenzio sottintende la salute, la pace, l’armonia. Tutte le varie parti sono accordate tra loro e risuonano.
Abbiamo accennato ad alcune forme comunicative in Natura, ma solo l’essere umano possiede la parola e, affinché questa sia realmente ricca, significativa e produttiva, essa dovrebbe diventare l’espressione sonora del silenzio, la sua voce, l’attenzione più estrema, la sperimentazione più pura del distacco dalle maldicenze, dalle calunnie, dalle vacuità.
Dovremmo acquisire, nelle nostre menti e nei nostri cuori, la consapevolezza di non conoscere l’itinerario di una parola, le regioni che essa attraversa, i danni che può produrre, i suoi enormi poteri: come essa crea le forme, come può agire sugli organi psichici e fisici, non solo di coloro che menziona ma anche di coloro che la pronunciano e di quelli che l’ascoltano.
Ogni parola emessa, così come ogni sua forma scritta, rappresentano un’organizzazione comunicativa, non solo un linguaggio ma un atto creativo che si indirizza ad altri viventi. Atto che può essere tanto più efficace ed armonico quanto più nasca dal silenzio interiore, da quel luogo dove placare le dissonanze generate dalle rivolte, dai timori e dalle bramosie.
Quell’atto creativo-comunicativo necessario per diventare, per dirla alla Platone, un “uomo musicale” ovvero colui che produce armonia con la sua vita accordando parola ed azioni coerenti.