Banco di Napoli, storia di un golpe che ha penalizzato il Mezzogiorno

811

di Andrea Rey

La “SGA” (Società Gestione Attivi s.p.a) fu costituita nel 1996 per il recupero e la gestione di quelli che oggi chiameremmo Non Performing Loans (NPL) del Banco di Napoli, con l’approvazione della legge 19 novembre 1996 n.588, volto al risanamento, ristrutturazione e privatizzazione del Banco.

Ma perché si giunse alla necessità di costituire una società specializzata per il recupero crediti non performanti del Banco? Per comprendere al meglio la vicenda, bisogna fare un passo indietro fino al 1993.

Con il D.L. 3 Aprile 1993, n.96, il Governo Nazionale impose la cessazione dell’intervento straordinario del Mezzogiorno che garantiva incentivi annuali pari a 13.800 miliardi di lire e, più in generale, l’istituzione di un sistema di interventi ordinari nelle aree depresse del territorio nazionale. Con l’applicazione di tale intervento normativo, il tessuto imprenditoriale meridionale incappò improvvisamente in una grave crisi che si riverberò proprio sul Banco di Napoli che era l’istituto finanziario più presente nel Sud Italia.

Il Banco di Napoli, anche a causa di alcune variabili endogene, fu costretto a svalutare (a seguito di un’ispezione molto severa, e probabilmente errata, della Banca di Italia) i crediti che vantava con le imprese del territorio, giungendo quasi ad azzerare il proprio patrimonio.

In questo contesto si inserisce la legge n.588 del 1996 volto al risanamento, ristrutturazione e privatizzazione del Banco che previde:

-Ricapitalizzazione per 2.000 mld di lire da parte del Tesoro per una quota del 100%

-Estromissione Fondazione (principale azionista del Banco) dalla ricapitalizzazione

-Cessione del 60% della quota del Tesoro entro il 1997 attraverso un’asta competitiva

-Cessione degli NPL ad una società del gruppo (SGA)

-Diritto della Fondazione sugli eventuali utili della SGA al netto dei costi sostenuti dal Tesoro

-Le azioni della SGA date in pegno al Tesoro

Il Tesoro, così, ricapitalizzò il Banco di Napoli per 2.000 mld di lire, estromettendo però la Fondazione.

Sempre nel 1996, si procedette alla dismissione del 60%: all’asta parteciparono Ambroveneto e la cordata INA-BNL. Ambroveneto, però, fu esclusa dall’asta per delle irregolarità formali, così l’unica offerta (ritenuta addirittura congrua dal Ministro Ciampi) fu quella di INA-BNL per soli 61 miliardi di lire: una cifra irrisoria perché solo qualche mese prima erano stati venduti 50 sportelli a 290 miliardi di lire – ed il Banco ne aveva ancora 757 – vantava diversi crediti fiscali, una partecipazione in Banca di Italia (6,3%) e aveva appena scorporato gli NPL alla SGA, a fronte di un credito di sicura esigibilità per lo stesso importo. Inoltre è lecito domandarsi perché ci si affrettò a fare l’asta a fine 1996, se c’era a disposizione anche l’intero anno 1997: si sarebbero potuti trovare altri potenziali acquirenti e non solo la cordata INA-BNL.

Dopo circa due anni, il Banco di Napoli venne rivenduto al Sanpaolo per 6.000 miliardi di lire: la quota incassata da INA-BNL fu di circa 3.000 miliardi di lire, che rappresentò un’enorme plusvalenza a fronte dei soli 61 miliardi di lire pagati solo qualche anno prima.

Tornando alle vicende della SGA, il 31 dicembre 1996 la SGA acquistò dal Banco di Napoli grazie a un prestito ricevuto dallo stesso Banco ad un tasso relativamente oneroso (oltre il 9%) un portafoglio di NPL per circa 6,4 miliardi di euro (con un tasso di copertura di circa il 30%).

Quali sono stati i risultati ottenuti dalla SGA nei suoi 20 anni di operatività? Dall’analisi dei bilanci è emerso che nei primi sei anni (1997-2002) ha totalizzato perdite per 3,7 miliardi di euro (di cui però 1,7 miliardi di interessi passivi che venivano incassati dal Banco di Napoli, ovvero da INA-BNL prima e Intesa Sanpaolo dopo) ripianate da Banca d’Italia grazie ai meccanismi di ristoro previsti dal decreto Sindona. Banca d’Italia ne uscì a saldo zero. BNL ne uscì più che soddisfatto, incassando dapprima gli interessi attivi negli anni in cui era l’azionista di maggioranza del Banco e, successivamente, conseguendo una plusvalenza con la vendita a Intesa Sanpaolo

Dal 2003 in poi la SGA ha, invece, macinato profitti con esercizi da record: ha recuperato circa il 95% del valore dei crediti inizialmente trasferiti, accumulando oltre 450 milioni di liquidità (Dati di bilancio al 2015).

Il 3 maggio 2016, il Mef ha stabilito di acquistare da Intesa Sanpaolo il 100% delle azioni della società della SGA, esercitando il pegno. Ora la SGA (eccellenza napoletana) ha, come nuova mission, il recupero crediti delle popolari venete che, nel solo 2016, hanno conseguito perdite per oltre 1,9 miliardi di euro. La sua sede è stata trasferita da Napoli a Milano. Intesa Sanpaolo, invece, nel suo processo di riorganizzazione, procederà alla fusione con il Banco di Napoli, decretandone la fine. Gli IBAN dei correntisti cambieranno. Le insegne del Banco di Napoli resteranno ancora per qualche anno.

Tralasciando gli eventuali diritti che la Fondazione del Banco di Napoli vanta per legge su questo “tesoretto”, urge oggi chiedersi se, capovolgendo lo Stivale e la provenienza geografica dei vari attori della vicenda, fosse stato così facile utilizzare la liquidità di una bad bank del nord per salvare alcune banche del Sud.

Vale la pena, inoltre, ripercorrere la vicenda che, nel 1996, ha portato alla scomparsa dell’istituto finanziario del Mezzogiorno più antico ed importante per salvare la BNL, dato che questa acquistò per pochi spiccioli il Banco di Napoli, ripulito dagli NPL e con un credito di sicura esigibilità su cui incassò anche interessi attivi per centinaia di milioni di euro.