Ma, allora, a che cosa serve un re?

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Ha abdicato troppo presto Juan Carlos, sottovalutando la funzione obsoleta ma talvolta insostituibile del sovrano. Ci vorrebbe uno come lui sul trono per far sentire spagnoli i catalani e risolvere i problemi che mettono a repentaglio l’unità nazionale. Si auspica l’intervento dell’Europa, che, invece, esaspera il fanatismo dei separatisti. È compito del re riunire i cittadini sotto la stessa bandiera. Come nel 1975 quando fu miracoloso il passaggio dalla dittatura alla democrazia. Come pure nel 1981 quando la guardia civil tentò di stravolgere le istituzioni con un golpe che fallì grazie alla personalità del capo dello stato. Oggi non c’è più Juan Carlos a spiegare ai catalani che le divisioni indeboliscono.

L’olio di ricino è un antico purgante, ma anche un mezzo di persuasione
Credo che Di Maio intenda darlo ai sindacalisti per convincerli a riformare l’istituzione. Minaccia, infatti: “Se no, lo faremo noi”. Tra le tante cose che non sa questo giovanotto, con la presunzione di gestire il paese, c’è la natura del sindacato. Ritiene erroneamente che sia un organo dello stato e non una libera associazione di cittadini, come i partiti politici, come il suo movimento stesso. È, invece, un interlocutore del datore di lavoro per difendere la parte più debole tra i due contraenti. Insomma, seppure così sprovveduto e privo di esperienza e istruzione, il ragazzo ha le idee chiare. Se fossimo così incoscienti da consentirglielo, è deciso a imporci le sue regole di vita. Se no, ci pensa lui!

Al tempo dei Baroni la cultura progrediva
Non è vero che è sempre stato così. Chi non si è sorpreso delle denunce ai prof non ricorda o non sa. L’Università funzionava un tempo, come pure gli ospedali e le strutture sanitarie. Non si proteggevano parenti e amici ignoranti, né si consentiva l’intromissione della politica nella cultura. Il sapiente si attorniava degli allievi migliori e ne favoriva giustamente le carriere, tutelandoli da pressioni indebite. Allora andava avanti chi meritava ed era degno di stima e fiducia. Tanto che sui biglietti da visita si leggeva “aiuto del primo (o secondo o terzo) assistente del Prof Tal dei Tali”. Non è giusto assimilare l’Italia che ci fece risorgere dalle macerie della guerra col marciume e la corruzione di oggi.

Quando le piaghe sociali sono provvidenziali
Peccato che non ci sia la mafia in Catalogna. Non ci sarebbero voglie indipendentiste. O verrebbero subito sedate. La verità è che, seppure biasimata e perseguita, la criminalità organizzata è più moderna e progressista della cosiddetta società civile, conservatrice e involuta. Ha preferito espandersi, precorrendo l’immensità della globalizzazione, piuttosto che limitare le frontiere, che restringono il territorio dello stato e anche le loro attività. Ecco perché sono retrogradi i paesi che ne sono privi. Nell’immediato dopoguerra un movimento separatista voleva staccare la Sicilia dall’Italia. Fu la mafia a stroncare l’iniziativa. Che prospettive di sviluppo avrebbe avuto nei ristretti confini dell’isola?

È crollata anche l’ultima frontiera
L’argine era la cultura. Ci ha traditi anche lei. Non è più colpa della sinistra né della destra per cui ci combattiamo da anni (è la guerra tra poveri). È tutto il paese bacato da un’immoralità in continua espansione. Oggi è arrivata persino all’università. Sono corrotti pure i docenti, che credevamo un punto di riferimento fermo. Ha ceduto anche questo baluardo. Per illuderci che la colpa sia degli altri ce la prendiamo con i migranti, con i gay, con gli assenteisti, persino con l’Euro. Invece, il marcio è in ognuno di noi, che, per inseguire ricchezza, potere, sesso e visibilità vendiamo onore e dignità, rubando il futuro ai figli, che fingiamo di amare. Sono loro le vittime della nostra disonestà e stupidità.