Usa, manifattura a basso costo: per il Nyt l’Italia come il Bangladesh

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Il glorioso Made in Italy sempre più a basso costo, tanto da far apparire la Puglia (e non solo) come il Bangladesh. Almeno per il New York Times. In una lunga inchiesta, il quotidiano mette sotto accusa la moda italiana e le sue ‘zone d’ombra’, fatte di “migliaia di persone”, soprattutto donne, che lavorano da casa tessendo “senza contratto né assicurazione” preziosi tessuti da destinare alle grandi firme. Nell’articolo, “Dentro l’economia sommersa dell’Italia”, si parte da un piccolo paese in provincia di Bari, Santeramo in Colle, per descrivere la situazione: qui, una donna che chiede l’anonimato sta cucendo accuratamente nel suo appartamento “per un euro al metro” un “sofisticato cappotto di lana” della collezione invernale di MaxMara. Il lavoro le è stato affidato da una fabbrica locale, che produce capispalla per altre grandi firme internazionali, da Fendi e Louis Vuitton. “Il lavoro a domicilio – spiega l’inchiesta – è una pietra miliare della catena di distribuzione della cosiddetta fast fashion. E’ particolarmente diffuso in Paesi come l’India, la Cina, il Bangladesh e il Vietnam, dove milioni di persone, per lo più donne, sono la parte meno protetta dell’intera industria”. Secondo il New York Time, sebbene le condizioni delle lavoratrici italiane non possano essere assimilate a quelle della manodopera sfruttata in paesi del terzo mondo, i loro salari parrebbe di sì. “L’Italia – scrive il Nyt – non ha un salario minimo nazionale, ma circa 5-7 euro all’ora è considerato uno standard appropriato da molti sindacati. In casi estremamente rari, un lavoratore altamente qualificato può guadagnare fino a 8-10 euro l’ora”. Ma i lavoratori a domicilio, come le sarte pugliesi, guadagnano molto meno e, nei casi citati, da 1 a 2 euro l’ora. Non esistono dati ufficiali sulla manodopera senza contratto, ma l’indagine del quotidiano americano “ha raccolto prove su almeno 60 donne che nella sola regione Puglia lavorano da casa senza un regolare contratto nel settore dell’abbigliamento” e cita il libro di Tania Toffanin, “Fabbriche Invisibili”, dove si stima che attualmente ci siano dai 2mila ai 4mila lavoratori domestici irregolari nella produzione di capi d’abbigliamento.