Antartide, alla ricerca del mondo sommerso: nel team una biologa della Federico II

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Parte a metà febbraio un ‘viaggio indietro nel tempo’ in Antartide, dove un mondo sommerso imprigionato tra i ghiacci, rimasto incontaminato per 120.000 anni, è riemerso nel luglio 2017 dopo il distacco dell’enorme iceberg A68 dalla piattaforma Larsen C. La spedizione è organizzata dall’Istituto polare britannico, il British Antarctic Survey, e coinvolge nove centri di ricerca esteri. “E’ un’occasione unica per studiare un ecosistema rimasto ibernato, senza scambi con l’atmosfera né interazioni con la luce”, dice all’Ansa Olga Mangoni, biologa dell’Università Federico II di Napoli, una delle studiose coinvolte nella XXXIII campagna estiva del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (Pnra), che rappresenta l’impegno italiano nel Polo Sud. Coordinati da Katrin Linse, gli studiosi in partenza per l’Antartide raccoglieranno campioni per 3 mesi. Ma dovranno fare presto perché la luce, colpendo la superficie marina ormai esposta dopo il distacco della piattaforma, potrebbe alterarne l’ecosistema favorendo la colonizzazione di nuove specie. Per Olga Mangoni, 11 spedizioni in Antartide al suo attivo dal 1994, l’ultima lo scorso anno, ma pronta a ripartire per studiare il mondo polare tornato alla luce, “questo ecosistema è un laboratorio straordinario per lo studio degli adattamenti degli organismi marini che lo hanno popolato negli ultimi 120.000 anni. I suoi piccoli abitanti – aggiunge la studiosa – possono raccontarci come inizia la vita in un ambiente estremo”. L’iceberg distaccato da Larsen C è uno dei più estesi mai formati: grande 4 volte la città di Londra, pesa circa 1000 miliardi di tonnellate con una superficie di 5.800 chilometri quadrati e uno spessore di 200 metri. Per avere un’idea delle sue dimensioni, basti pensare che l’acqua che contiene è pari a circa tre volte quella del lago di Garda ed equivale a quella consumata in media nel mondo nell’arco di cinque anni. “Gli ecosistemi polari – ha aggiunto Mangoni – stanno registrando anomalie: nella copertura dei ghiacci, nella temperatura delle acque e nella fioritura del fitoplancton, che avviene ormai in periodi e zone insoliti. La sfida dello studio di un ecosistema che per migliaia di anni non ha avuto contatti con l’uomo – conclude – è dimostrare che anche l’attività biologica sta cambiando con il clima”.