Assistente Sociale, il difficile mestiere di chi combatte contro i pregiudizi

L’inchiesta “angeli e demoni” di Bibbiano e il modo in cui la stampa ha parlato del lavoro degli assistenti sociali mi spinge a tradurre emozioni forti ed ambivalenti in alcuni concetti che spero possano essere utili. Una premessa è doverosa: tutti possono sbagliare.Sbaglia il medico in una diagnosi, il chirurgo nel suo intervento, tutti noi esseri umani siamo soggetti all’errore perché esseri imperfetti e vulnerabili. Oltretutto le cosiddette “mele marce” ci sono più o meno ovunque. Tuttavia, chi come me quotidianamente lavora con gli esseri umani sa bene quanto i propri pensieri, problemi, idee ed opinioni devono restare sulla soglia della porta per aprirsi pienamente all’altro. Trovo, però, che poche professioni siano connotate negativamente: per il medico c’è piena fiducia ed ammirazione per il suo lavoro, per l’avvocato grande rispetto e stima, ma per l’assistente sociale, quale professionista dell’aiuto e del sostegno, si è ormai consolidata l’immagine da parte dell’opinione pubblica come della professione di “chi porta via i bambini”, con ripercussioni non indifferenti per molte famiglie che intimorite ed indispettite sono restie nel chiedere aiuto o rancorosi nei rapporti con i servizi sociali. E la fiducia è alla base di una relazione d’aiuto. In queste ultime settimane svariate volte mi sono sentita dire: “voglio vedere la carta di chi vi dice di entrare a casa mia”, eppure siamo delegati dall’Autorità Giudiziaria, o ancora “mio figlio sta male da quando siete venuti”. Di chi è la colpa di questo stigma subito da una professione che è alla base di uno Stato? Non mi sento certo di dare la colpa solo ed esclusivamente ai media e ai giornalisti – categoria di cui con orgoglio faccio parte – anche se spesso il titolo ad effetto, la storia strappalacrime, le pagine di giornali e processi televisivi attorno ai casi eclatanti, vedi anche Bibbiano, non aiutano. Ma va detto che l’assistente sociale come il magistrato, sono deontologicamente tenuti al segreto professionale, pertanto, ogni qual volta vi è un allontanamento doloroso di un minore o la notizia choc di una morte per sospetti maltrattamenti familiari, loro non possono proferire parola mentre le famiglie ed i loro legali possono farlo. Ciò è solo una parte della storia e questo andrebbe ricordato dai media ai propri lettori e telespettatori. Manca ad oggi un dialogo tra gli operatori sociali ed i giornalisti, escluso il fatto di cronaca per il quale vige il segreto professionale,bisognerebbe ricordare il ruolo dell’assistente sociale, riportare alla ribalta dati, progetti, servizi ed interventi messi in atto sul territorio e per i nuclei familiari in carico, con rispetto della privacy, al fine di aiutare in maniera neutra ed impersonale l’opinione pubblica a conoscere il non facile ma bellissimo lavoro di una professione sempre in prima linea, comunicando criticità e successi in un rapporto leale che può trovare spazio e ascolto nel mondo dell’informazione. Nel frattempo, ogni giorno centinaia di professionisti cercheranno con empatia, ascolto, tenacia ed energia, di entrare in punta di piedi e con rispetto nelle vite multiproblematiche delle famiglie che continueranno spesso ad essere rancorosi o pregiudizievoli nei confronti dell’assistente sociale.