Capelli di Venere, i batteri scoperti della Dohrn nella top 10 mondiale delle nuove specie

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In foto i Capelli di Venere

di Paola Ciaramella

I Capelli di Venere, batteri primordiali rinvenuti nell’isola di El Hierro, alle Canarie, entrano nella “top 10 delle nuove specie scoperte a livello mondiale nel 2018”. All’origine del ritrovamento c’è un team internazionale composto da ricercatori del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche, della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, della Facoltà di Scienze della Terra dell’Università di Barcellona e dell’Istituto Spagnolo di Oceanografia, coordinati da Roberto Danovaro, docente dell’Ateneo marchigiano e presidente della SZN. La ricerca, apparsa sulla rivista Nature Ecology & Evolution, è stata inserita nella classifica pubblicata il 23 maggio dal Suny – Esf dell’Università di New York, prestigiosa istituzione statunitense impegnata nello studio dell’ambiente. I Capelli di Venere, chiamati così per la somiglianza ad una folta capigliatura, sono stati scoperti in seguito all’eruzione del vulcano sottomarino Tagoro, avvenuta a ottobre 2011, che ha cambiato la topografia di una vasta area di fondali marini delle Canarie: iniziata a una profondità di 363 metri, l’emissione ha dato origine ad nuovo cono vulcanico sottomarino che si spinge fino a oltre 1000 metri di profondità e ha creato un ambiente privo di vita e ricco di emissioni gassose tossiche, modificando radicalmente le condizioni dell’ecosistema mare a livello locale, in termini di temperatura, ossigeno, acidità, torbidità, nutrienti, attività batterica. “Per gli scienziati, l’episodio vulcanico di Tagoro è un eccellente laboratorio naturale per studiare il fenomeno del vulcanismo sottomarino e per immaginare come poteva essere il nostro Pianeta agli albori della vita con un oceano caldo e acido pieno di eruzioni vulcaniche”, spiega Danovaro. Qui i Thiolava Veneris, precedentemente sconosciuti, hanno formato un habitat nuovo per la scienza: una sorta di prato subacqueo che ricopre le rocce, costituito da trecce di tre filamenti formati da batteri impilati uno sull’altro e coperti da una guaina di colore bianco. Si tratta di microrganismi estremofili, privi di capacità fotosintetica e metabolicamente adattati per ottenere sostanze nutritive ed energia negli ambienti vulcanici sottomarini relativamente poco profondi, tollerando condizioni che renderebbero impossibile la sopravvivenza di altri esseri viventi. “Il nuovo batterio è filogeneticamente vicino ad altri batteri marini, in particolare il genere Thioploca all’interno della classe di gammaproteobacteris – aggiunge il presidente della SZN –. Tuttavia, non si capisce da dove venga questa specie, forse da lontano, da altri centri di attività vulcanica lungo la dorsale medioatlantica. Stiamo facendo altre indagini in regioni lontane per studiarne la distribuzione e l’origine, ma per ora resta un mistero”.