Con la cultura non si mangia, per i firmatari della convenzione di Faro forse non è così

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Con la cultura non si mangia. Diciamo pure che innescando però processi produttivi, ha comunque un considerevole valore nutritivo. Tutti i luoghi nei quali si manifestano fenomeni culturali sono infatti piacevolmente colpiti da fenomeni di accrescimento. Misteriosamente però molti soloni dell’economia ignorano o sottovalutano questo valore che, sebbene affondi le proprie radici nella storia, è però sempre attualissimo. Lo sapeva bene la Francia già dall’inizio dell’800, quando considerava la cultura un fattore chiave per garantire la qualità della vita e la realizzazione di ogni attore sociale. Non a caso il Louvre fu fatto diventare il simbolo del museo quale portatore di cultura, e questo disegno politico ha reso nel tempo irrinunciabile il rito obbligatorio della visita al museoperantonomasia a Parigi. Lo sapevano ancor meglio i letterati inglesi dell’Ottocento, seguendo i quali gli abitanti di Lake District svilupparono il disprezzo dello straniero in quanto contaminatore dell’identità dei luoghi. Promuovendo però la cultura come bene comune le si donò il significato di condiviso, partecipato, ancorato all’identità del luogo. Gli inglesi risolsero definitivamente la problematica usando schemi interpretativi capaci di difendere l’identità culturale. Beatrix Potter dalla sua Hill Top House, fu una delle prime persone che volle occuparsi della tutela del Lake District impedendo l’industrializzazione della zona, e inducendo allo studio e realizzazione di quel piano di percorsi che emozionano il visitatore di qualsiasi tempra. Mica male i britannici.
Il successo strepitoso dell’operazione strategica per riqualificare il depresso comprensorio di Bilbao negli anni novanta del 1900, ha fatto a lungo discutere gli studiosi di economia dell’arte. Poiché gli elevati costi dell’intervento furono completamente ammortizzati e si registrò un “effetto calamita” sulla città ben superiore alle previsioni, chi aveva creduto fermamente nell’intervento a Bilbao ebbe la ragione. I tre casi hanno fatto scuola. Evviva, bravi, bravissimi. Nel 2005 è arrivata la Convenzione di Faro. Nuvole. Apparentemente rosa, grigiastre tendenti al nero, invece. Il temine patrimonio culturale fu inglobato in quello di eredità culturale. Si cominciò a narrare una favola. Essere eredi di una cosa così immensa come le tradizioni, usi, costumi e patrimonio culturale, illeggiadriva una condizione che, se guardata con occhio disincantato, nascondeva però la sua insidia. All’articolo 4 si sostiene che chiunque, da solo o collettivamente ha diritto a trarre beneficio dall’eredità culturale. I vetri rosati degli occhiali da lettura si scuriscono nel grigio più scuro. Trarre beneficio. Non si parla solo dell’estasi della conoscenza, dell’anima che si abbevera al piacere della tradizione, del dialetto, dell’usanza. Se qualche maliziosetto volesse sfruttare quest’articolo per trarre beneficio economico dal patrimonio culturale, quest’ingenua dicitura potrebbe avallare le sue iniziative. Da uno qualunque degli stati firmatari della convenzione potrebbe piombare un singolo o un gruppo che, a titolo della convenzione stessa, potrebbe decidere di agire per salvaguardare, mettere a reddito, sfruttare il nostro patrimonio e con regole e modi tutti suoi. Sarebbe perfino un agire legittimo. Addio allora a qualunque pretesa velleità di migliorare la fruizione del nostro patrimonio secondo le nostre regole. Addio sogni di gloria. Potremmo però essere tacciati di arretratezza culturale. Se qualcuno ha un idea o un know how migliore del nostro perché non dovrebbe provare a fare ciò che noi non riusciamo? Semplicemente perché le regole dobbiamo stabilirle noi, con le nostre leggi e la nostra capacità pianificatrice. Su quella non possiamo derogare. Ad esempio se l’area di Bagnoli fosse stata data al MIT, la prestigiosa università americana che voleva farne un campus universitario da sogno, certamente l’organizzazione, la velocità e l’avanzata conoscenza tecnologica avrebbero favorito realizzazioni veloci e di ottimo livello. Il protocollo però, i limiti, il gusto e le regole base avremmo dovuto stabilirle noi. E qui l’interpretazione avrebbe aiutato moltissimo così come aiutò gli inglesi quando gli abitanti di Lake District si schierarono contro le intromissioni degli stranieri. Il modello funzionò allora. Modernizzato sarebbe perfetto anche ai nostri giorni. Edizione straordinaria: c’è una convenzione da modificare.