Gli effetti della pandemia e della guerra sul costo del lavoro

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Interessante e, seppur non programmata, molto tempestiva, quindi ancora più apprezzabile, l’edizione appena conclusa del Festival dell’Economia di Trento. Come per le precedenti edizioni, anche quest’anno il parterre è risultato bene assortito. Nella situazione internazionale attualmente in evoluzione i problemi sono talmente tanti che tante più sono le menti pensanti che vorranno approcciare gli stessi, più esse saranno bene accette. Che sia il caso di dire “meno male” o “era ora” non modifica la grandezza del problema che, per importanza e ampiezza, al momento è il classico terzo che si aspettava, della serie non c’è due senza tre. Anche non sapendo fino in fondo di che si trattasse, esso si è manifestato in concomitanza della pandemia e della guerra, accentuandone ancor più la capacità distruttiva. Riguarda un’esigenza vecchia quanto lo è l’umanità in qualche modo organizzata, dopo che non si fu più contentata di mangiare solo quanto l’ambiente le forniva spontaneamente. Tra l’altro, particolare di non poco conto, gli antenati hanno avuto così tanto di quel tempo libero da poter incidere nelle loro caverne in cui cercavano riparo, scene delle loro giornate e delle loro abitudini. Le stesse che hanno fornito importanti notizie su come vivessero ai pronipoti. Non appena si impiantò un embrione di sistema sociale, ebbe origine quella che è ancor oggi l’esigenza primaria, dovunque e comunque per chiunque: come sbarcare il lunario, o la settimana – sembra che solo Cristo non pagasse il sabato e sarà opportuno non commentare – o come arrivare a percepire il salario del mese. Termine questo che deriva la sua origine dal fatto che tante volte, all’alba di molte civiltà, chi avesse fatto un lavoro non in piena autonomia e comunque alle dipendenze di altri, aveva diritto a essere ricompensato, all’inizio in natura. La schiavitù, fenomeno sociale antico almeno quanto lo è il consorzio umano, non è mai sparita, solo che serpeggia nel tempo e nello spazio. Si comporta cioè come una piaga che non reagisce bene alle cure, allargandosi e stringendosi senza regole. Quindi una prima categoria di persone ricompensate regolarmente a scadenza fissa fu quella delle milizie dell’impero romano: la definizione soldato fu tratta proprio da soldus, la moneta con cui essi venivano pagati. La loro retribuzione, che fosse in relazione a una settimana, a un mese o un anno, era chiamata salario, in quanto parte dell’emolumento veniva corrisposto in natura, con il sale appunto, che era merce pregiata e quindi di limitata reperibilità. Volando stratosfericamente fino ai tempi attuali, molto è cambiato nella sostanza della regolamentazione del lavoro, in particolare la sua tutela e la sua disciplina. Al momento ciò che sta mostrando l’altra faccia della congiuntura negativa in atto, soprattutto in Europa e ancor più in Italia, è la forte diminuzione del potere di acquisto sia dei salari che degli stipendi. Non sembri strano, il fenomeno è importante almeno quanto i due, pandemia e guerra, che lo hanno esasperato. Lo hanno fatto in modo tale che lo stesso salisse sul podio delle precedenze da osservare in ordine alla loro risoluzione. Come frequentemente accade, il problema dello scollamento del costo del lavoro da quello dalla produzione vendibile, entrambi espressi in termini reali, è un malessere che si è solo conclamato in conseguenza della pandemia e della guerra. In effetti, la rincorsa tra costo della vita e remunerazione del lavoro dipendente e non solo, prese il via alla fine del primo decennio del secolo, pressoché in coincidenza con l’esplodere della crisi cosiddetta dei subprime. Quella stessa che in effetti non era dovuta solo a essi. Oltre alla crisi finanziaria che si impadronì o fu fatto in modo che si impadronisse della scena, basti ricordare il fallimento della banca Lehman Brothers, una congiuntura negativa globale, anche se più forte in occidente, si evidenziò in tutta la sua potenza. Per semplificare il più possibile, si prese allora atto che molti dei profitti distribuiti da un vasto comparto produttivo, si sarebbero potuti definire aria fritta, non basandosi assolutamente sulla creazione di nuova ricchezza nè sul trasferimento di quella già capitalizzata. Ancora più in termini in uso a chi è alla fermata dell’autobus e pontifica ai suoi estasiati quanto malcapitati uditori abituali, significa che in quel periodo si cercava di compravendere a dieci ciò che a malapena valeva cinque, infiocchettando il pacco, molto simile a quello che usano fare in senso figurato a Napoli, a seconda della bisogna. Venendo all’ attualità, non è determinante a rendere difficile l’arrivo a fine mese per le famiglie un qualsivoglia busillis finanziario. È l’aumento fuori di ogni prevedibilità, anche la più nera, dei prezzi, generalizzato e amplificato da una inflazione che sembra essere incontenibile, che sta portando molte delle famiglie italiane già da ora a scegliere se pranzare a metà giornata o cenare la sera. Il salario minimo non è una novità, è un’ ipotesi di lavoro a mezza strada tra gli ammortizzatori sociali e una istituzione che vide la luce circa trent’anni fa in Germania: il salario d’ingresso. Essa, per alcuni versi, richiamava alla mente la vecchia strutturazione dei presalari universitari di sessantottarda memoria. L’idea di mettere in atto questo istituto che ha trovato una delle denominazioni più appropriate in “stabilizzatore sociale”, sta serpeggiando da tempo tra i vari locali della casa comune e, solo negli ultimi tempi, si è fermato sotto i riflettori di Bruxelles. La sua concretizzazione non sarà impresa facile e da affrontare con leggerezza come è accaduto in Italia per il reddito di cittadinanza e elargizioni pubbliche simili. Sarà oltremodo importante che, studiando la struttura di tutte le voci che compongono la busta paga in ogni paese della EU, si riesca a trovare un minimo comune multiplo adeguato, cioè qualcosa che accomuni per ben oltre il 50% delle voci componenti i salari e gli stipendi europei. Dovrá essere un fatto epocale, vagamente paragonabile alla introduzione della assistenza e della previdenza in epoca fascista. Sarà bene ricordare ai maitres a penser di Bruxelles ciò che disse un commerciante che si era recato in campagna a comprare una partita di vino. Si accorse che il produttore, emozionato, agiva maldestramente, con il rischio di fare danni.” Fa piano”, gli disse “perchè ho fretta”. Molti anni prima qualcun altro, in una situazione analoga, aveva raccomandato al suo interlocutore:”festina lente”. Niente di nuovo sotto il sole.