La fiducia nella trappola che c’impedisce di crescere

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La produzione industriale rallenta in Italia e non è una buona notizia. Rallenta perché il quadro dell’economia mondiale è meno favorevole che nel recente passato – frizioni crescenti in Europa, pratiche protezionistiche in America, difficoltà nei Paesi con i quali commerciamo di più – ma soprattutto perché cala la fiducia che le cose possano andare meglio. E come per il successo non c’è miglior tonico del successo, come l’ottimismo chiama altro ottimismo, così accade all’inverso e i dubbi seminano dubbi, le incertezze alimentano nuove incertezze. Con il risultato di mettere a repentaglio la pur tenue ripresa che l’economia del Paese stava sperimentando dopo anni di stagnazione dovuti alla crisi e alla scarsa reattività nel contrastarla. E questo nonostante – qualcuno potrebbe pensare a dispetto – delle previsioni di crescita contenute nella manovra di bilancio che per il 2019 sono fissate all’1,5 per cento. Un dato di per sé non impressionante se non fosse che per raggiungerlo si ipotizzano solo politiche dal lato della domanda – come sono quelle redistributive del reddito di cittadinanza – sottovalutando quelle dell’offerta. Al motore del governo gialloverde manca l’elica degli investimenti. Sia di quelli pubblici, nonostante in teoria siano previsti, sia di quelli privati che vengono attivati non dalla benevolenza degli imprenditori ma dalla prospettiva di un guadagno all’interno di un contesto culturale e normativo che li incoraggi a rischiare. Insomma, coi soldi propri non si scherza. Gli investimenti pubblici sono frenati da un’impostazione ideologica, molto diffusa tra i 5Stelle, contro le grandi opere. Le quali, invece, sono indispensabili per dotare il Paese di un sistema d’infrastrutture moderno ed efficiente, in grado di mettere gli imprenditori nelle condizioni di competere con meno svantaggio possibile nei confronti dei concorrenti internazionali. Il caso della Tav Torino-Lione è emblematico. Nonostante i notevoli benefici che la tratta ferroviaria c0nsentirebbe di raccogliere – in termini di nuova occupazione, impatto ambientale, aumento degli affari -, il suo completamento viene messo in discussione, nonostante gli impegni assunti con la Francia e i fondi già versati, per ragioni di tenuta interna di un partito. Naturale e conseguente il moto di ribellione di tutto il sistema produttivo – grandi e piccole aziende, professioni, sindacati – che vedono nel blocco una mortificazione delle stesse aspettative di crescita dell’esecutivo, un arretramento dalla linea della proiezione internazionale, un danno di reputazione per l’intero Paese proprio mentre cerca di assumere un nuovo ruolo in Europa. L’incertezza sul futuro si scarica anche sul valore calante dei titoli del debito pubblico e indirettamente sul patrimonio delle banche che quei titoli posseggono in grande quantità. Con il risultato di razionare il credito, che già abbondante non era, e di far salire il costo dei prestiti e dei mutui sopportato dalle imprese e dalle famiglie. Una trappola dalla quale bisogna trovare il modo di uscire.