Le parole sono fatti

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di Ugo Righi

Non riusciamo a “mettere in comune”ovvero a comunicare, in altre parole a capire come minimo, e capirsi come livello più alto.
Il punto debole sono le parole, pensate a Oettinger per dirne uno.
La comunicazione è comportamento e lo strumento sono le parole.
Con le parole le persone si avvicinano ma con le parole che si possono odiare.
Il punto è che le parole non sono «solo» parole: sono azioni e producono effetti.
Pensate alle parole: possono avere colore, corposità, «gestualità» più potente di quella corporea.
Le parole, quindi, non hanno solo significato concettuale ma si riferiscono soprattutto al significato che promuovono.
Ci sono parole potenzialmente generative i pensieri dell’altro ma occorre che l’altro, possegga la possibilità di accoglierle e di costruire un senso comune.
Questo è facile quando ci si ama, più complicato quando i contesti sono complessi ma nessuna parola arriva se non è, almeno in parte, attesa.
Quindi creare la propensione all’ascolto è la precondizione per usare parole che si possa sperare che arrivino.
Poi occorre essere bravi nel saperle usare come “strumenti” delicati.
Le parole si possono buttare via oppure mettere in cornice, possono scivolare oppure possono toccare i pensieri e generare altre parole e sviluppare dialoghi vitali che definiscono la realtà.
Certo la comunicazione competente si muove in un mare di ambivalenze, utilizza segnali di fumo spesso in giornate di vento.
Scegliere le parole, essere accurati, vuol dire avere chiara la centralità della comunicazione, vuol dire pensare alla loro comprensione, sa creare connessioni tra pensieri e sentimenti tra le persone.
La geometria delle emozioni chiede una competenza geometrica delle parole.
L’accuratezza, la pertinenza, la misura, sono requisiti di parole ad alto potenziale, che provocano effetti importanti nella comprensione e nella relazione.
Richiede anche una loro sospensione, la saggezza dell’assenza: il silenzio.
Sapere quando quali e come usarle è fondamentale ma lo è anche saperle sospendere, fermarle.
Non mi riferisco al vuoto, alla fuga ma alla «pausa» che forma la musica delle parole.
Il silenzio può suggerire la possibilità di essere liberi nelle interpretazioni; può dichiarare l’inutilità, l’inadeguatezza delle parole, in quel momento.
In alcune circostanze le parole più potenti sono quelle che si «concorda» che non è il caso di dire, perché, se dette, confermerebbero il loro limite: «non ci sono parole per dirlo».
Tornando allo scenario politico di ora (magari risolto in qualche modo quando questo mio pezzo sarà pubblicato) pensate se i protagonisti avessero aspettato un poco prima di parlare, avrebbero detto altro certamente.
Certo ci sono diversi tipi di silenzio, può avere molte modalità: quello prudente di chi teme di pronunciare parole pericolose che possono guastare il rapporto con l’altro.
Quello eseguito con maestria per disorientare o incuriosire; quello di approvazione o di sostegno per segnalare il rispetto verso chi parla.
C’è poi il silenzio dell’autoesclusione ossia quella che rivolgiamo verso coloro che non hanno diritto alle nostre parole.
Poi c’è il silenzio di chi non ha niente da dire.
Costui in genere è più simpatico di chi pur non avendo niente da dire decide comunque di parlare.
Il silenzio richiede che ci si guardi.
Il silenzio, lascia libero il pensiero.
Le pause tra le parole richiedono l’ascolto, la comprensione, il dialogo.
Quando c’è più silenzio, quando ci sono più suggestioni, quando le parole si fanno più lente e pensate, allora non si gettano ma si accompagnano sino agli occhi dell’altro e si aspetta, per vedere l’effetto che fanno.
L’Abate Joseph Antoine Touissant nel 1771 diceva che è bene parlare quando si abbia da dire qualcosa che valga più del silenzio.