Un reddito per il lavoro

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Nella confusione delle proposte che precedono la definizione delle misure inserite dai contraenti di governo nella Manovra che Bruxelles ci contesta e i leader della maggioranza difendono con i denti ce n’è una che merita di essere approfondita perché va verso una direzione condivisibile. Si tratta dell’applicazione del reddito di cittadinanza secondo l’interpretazione del sottosegretario Armando Siri che, in quanto leghista, mal si accomoda al pagamento di un sussidio a chi pur non restandosene sdraiato sul divano – secondo l’iconografia ricorrente – comunque non lavora. Piuttosto che piegare il reddito a forme di pura assistenza, suggerisce Siri, trasformiamolo in uno strumento che possa favorire il passaggio dei beneficiari dallo stato di disoccupati senza arte né parte a quella di potenziali lavoratori formati e riqualificati per essere eventualmente inseriti in azienda. Il meccanismo proposto comporta che l’assegno non vada direttamente alla persona da proteggere ma all’impresa che accetta di inserirlo nel proprio organico con l’obiettivo di trasferire capacità e conoscenza. E chissà mai che dopo un periodo di tirocinio non ci scappi anche l’assunzione. In questa prospettiva il reddito di cittadinanza diventa un ponte verso il mondo del lavoro, secondo una visione suggerita da Confindustria, e non un regalo a fronte del quale ci s’impegna a svolgere non meglio precisate attività per otto ore la settimana contro le quaranta di chi ha un impiego regolare. E non basta perché se l’ammontare del sussidio dovesse davvero raggiungere i 780 euro mensili non ci sarebbe alcuna proporzione con lo stipendio di primo ingaggio di un giovane che troverà in busta paga poco più di mille euro nonostante che all’azienda costi il doppio per effetto di tasse e contributi. Insomma, piuttosto che riparare a un torto il reddito caro ai 5Stelle potrebbe provocarne un altro suggerendo che è molto più vantaggioso porsi nella condizione di percepire l’assegno statale che mettersi alla ricerca di un lavoro che soprattutto in certe regioni viene percepito come fatica. Con il metodo Siri, inoltre, si potrebbero eliminare o almeno attenuare due rischi molto presenti: l’incoraggiamento del lavoro nero, che nelle condizioni date diverrebbe ancora più vantaggioso, e il passaggio per i centri dell’impiego nella cui capacità di riformarsi è assai difficile nutrire fiducia. Con un costo del lavoro più basso di quello ordinario per effetto dell’assegno che verrebbe loro corrisposto, le imprese sarebbero invogliate ad aprire le porte, a insegnare un mestiere ai volenterosi, ad assumere alla fine del percorso chi dovesse meritarlo. Quello che si dice un percorso virtuoso. L’occasione potrebbe essere propizia, in particolare, per avviare davvero e con convinzione un programma d’inclusione dei giovani nel mondo del lavoro concentrando su questo obiettivo risorse che altrimenti andrebbero disperse o comunque utilizzate al minimo delle loro potenzialità.