Canova superstar: al Mann dal 28 marzo al 30 giugno lo scultore che incarna la bellezza

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di Fiorella Franchini

Per tre mesi il Museo Archeologico di Napoli offrirà un’overdose di bellezza, con una mostra eccezionale, in un confronto immediato e concreto con l’antico. Le opere di Antonio Canova non sono copie di quelle greche o romane ma dialogano con il passato alla ricerca della perfezione delle forme e dell’ispirazione. “L’Antico, – come lui stesso annotava – bisognava mandarselo in mente, sperimentandolo nel sangue, sino a farlo diventare naturale come la vita stessa”. L’imitazione era solo una fonte cui attingere, il modello estetico per esprimere ideali e scene contemporanee o per rappresentare principi universali.

Le sculture di Canova sono realizzate in marmo bianco e con un modellato armonioso ed estremamente levigato. Sono oggetti puri e incontaminati secondo i principi di una perfezione immaginaria ed eterna. Nei monumenti di soggetto mitologico i riferimenti alle sculture greche classiche sono immediati: le anatomie sono assolute, i gesti misurati, le composizioni equilibrate e statiche. Le psicologie sembrano assenti o silenziose, tuttavia, poiché la situazione scelta per la rappresentazione è quella classica del «momento pregnante», l’osservatore resta rapito non solo dalla bellezza intrinseca ma dalla particolare forza emozionale dell’opera. Un appuntamento speciale che conferma le grandi capacità organizzative dell’Archeologico napoletano e l’ampiezza della sua visione culturale, offre ai visitatori un’occasione unica per una completa immersione nei valori classici dell’Arte, quelli dell’immaginario collettivo plasmato dal falso storico in cui i neoclassici furono indotti dai primi rinvenimenti archeologici. Le nuove scoperte, infatti, hanno poi rivelato la festosa policromia della statuaria antica con i suoi rossi, i gialli, gli azzurri e le sfumature derivate dalla loro unione. “Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove si trova la grande statua canoviana di Ferdinando IV di Borbone – ha dichiarato il direttore Paolo Giulierini – è il luogo ideale per costruire una mostra che desse conto del dialogo prolungato tra il grande Canova e l’arte classica”. L’artista fu esponente illustre della corrente artistica del neoclassicismo la cui teorizzazione prese vita a Roma con gli scritti dell’archeologo  Johann Joachim Winckelmann e del pittore e storico dell’arte Anton Raphael Mengs, mentre la costituzione del modello teorico si ebbe soprattutto grazie alla scoperta, per volere del re di Napoli Carlo III di Borbone, delle antiche città di Ercolano e Pompei e all’affermazione dell’archeologia come scienza. Non a caso,  sono proprio gli edifici di Napoli a riflettere ampiamente l’influenza esercitata dalle scoperte archeologiche, come  la Basilica di San Francesco di Paola, considerata l’esempio italiano più importante di chiesa neoclassica. Al Mann si conservano i capolavori ammirati da Canova, quelle pitture e sculture ‘ercolanesi’ che egli vide nel primo soggiorno in città nel 1780, i marmi farnesiani, studiati già̀ quand’erano a Roma in palazzo Farnese e trasferiti a Napoli per volontà di re Ferdinando IV. Curata da Giuseppe Pavanello, tra i massimi studiosi di Canova e organizzata da Villaggio Globale International, la mostra, riunisce più̀ di 110 lavori del grande artista, tra cui dodici straordinari marmi, grandi modelli e calchi di gesso, bassorilievi, modellini di gesso e terracotta, disegni, dipinti, monocromi e tempere, in dialogo con opere collezioni del Mann, in parte inserite nel percorso espositivo, in parte segnalate nelle sale museali. Fondamentali sono i prestiti internazionali come il nucleo eccezionale di ben sei marmi provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo, che vanta la più ampia collezione canoviana al mondo – L’Amorino Alato, L’Ebe, La Danzatrice con le mani sui fianchi, Amore e Psiche stanti, la testa del Genio della Morte e la celeberrima e rivoluzionaria scultura delle Tre Grazie – ma anche l’imponente statua, alta quasi tre metri, raffigurante La Pace, proveniente da Kiev e l’Apollo che s’incorona del Getty Museum di Los Angeles, cui si aggiungono, tra i capolavori in marmo che hanno entusiasmato scrittori come Stendhal e Foscolo, la Maddalena penitente da Genova, il Paride dal Museo Civico di Asolo, la Stele Mellerio.

Splendidi i delicatissimi grandi gessi come l’Amorino Campbell e il Perseo Trionfante, restaurato per l’occasione e già in Palazzo Papafava a Padova – entrambi da collezioni private – o il Teseo vincitore del Minotauro e l’Endimione dormiente dalla Gypsotheca di Possagno, paese natale di Canova, che ha concesso prestiti davvero significativi, come le trentaquattro tempere su carta a fondo nero, appena restaurate: quei “vari pensieri di danze e scherzi di Ninfe con amori, di Muse e Filosofi, “disegnati per solo studio e diletto dell’Artista” – si legge nel catalogo delle opere canoviane steso nel 1816 – chiaramente ispirati alle pitture pompeiane su fondo unito e, in particolare, alle Danzatrici”. Attenzione, dunque, alla sindrome di Stendhal perché saranno in tanti a provare gli stessi sentimenti dello scrittore francese di fronte a tali capolavori: “Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.” Uscendo dal Mann proveremo tutti le vertigini della bellezza, quell’ubriacatura sottile che solo la poesia dell’Arte può concedere.